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11 ore fa

Carmelo Abbate

Lui è Gesù di Nazaret, ha 33 anni. È giovedì sera e Gesù cena con i suoi 12 amici. Stanno festeggiando la Pasqua ebraica. Finito il pasto, si spostano appena fuori Gerusalemme, nel giardino del Getsèmani. È la notte più buia che il mondo abbia visto. Un gruppo di soldati si avvicina al giardino, portano con sé bastoni e torce per farsi luce. Si dirigono verso Gesù, lo catturano. Li ha condotti lì Giuda Iscariota, un suo amico.
Gesù viene portato al palazzo del sommo sacerdote Caifa. Vogliono processarlo: è accusato di blasfemia. I soldati si divertono a torturarlo. Lo bendano e lo picchiano. Lo sfidano a indovinare chi di loro lo abbia colpito. Il processo dura tutta la notte e termina all’alba, al canto del gallo. È venerdì mattina. Gesù viene condotto da Ponzio Pilato. L’uomo lo interroga a lungo, ma non trova nessun motivo per condannarlo. Decide di lavarsene le mani e lo rimanda al giudizio di Erode. Ma anche per Erode non esistono capi d’accusa sufficienti. Gesù si ritrova ancora una volta al cospetto di Pilato. I sacerdoti e il popolo vogliono vederlo morto, ma lui sa che non può condannare un innocente. Decide di punirlo con la flagellazione e di lasciarlo libero. I soldati lo frustano, gli sputano in faccia. Intrecciano una corona di spine e lo coprono con un manto rosso porpora. “Salve, re dei Giudei!”, lo scherniscono. Ma la folla non si placa. Urla a gran voce di crocifiggere Gesù e, in cambio, chiede di lasciare libero Barabba, un rivoltoso e un assassino. Pilato si arrende alla volontà del popolo. Gesù carica sulle sue spalle una croce di legno e la trascina fino al monte Golgota. È ormai quasi morto. I soldati lo finiscono, piantano chiodi nelle sue mani e nei suoi piedi, e issano la croce. Gesù muore alle tre di pomeriggio di venerdì.
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20 ore fa

Carmelo Abbate

Lei è Donatella Di Bona, ha 28 anni, vive a Piedimonte San Germano, in provincia di Frosinone. Nel tardo pomeriggio appare in strada con il figlio in braccio. Me l'hanno ucciso, urla in lacrime. Gabriel, due anni, è privo di conoscenza. Un vicino chiama il 118. Arriva l'ambulanza, gli operatori trovano il bambino ancora in braccio alla mamma, provano a rianimarlo. Ma Gabriel è morto. La donna ha dei graffi alle braccia, viene portata al pronto soccorso. Racconta ai carabinieri che lei e il bambino sono stati investiti da un’auto pirata. Me nel luogo indicato, un viottolo di campagna, non ci sono tracce. La donna cambia versione, dice che ha preso sotto il figlio mentre faceva manovra. È stato un incidente. Ma sulla sua macchina non ci sono segni. Il cerchio si è stretto, dentro è rimasta solo lei. Donatella si arrende: il piccolo piangeva disperato, voleva tornare a casa dalla nonna, lei ha perso la testa, ha provato a farlo smettere, lui piangeva ancora più forte, urlava, allora lei gli ha stretto le mani attorno al collo, sulla bocca, per farlo stare zitto.
"Ma come si può uccidere così?” si è chiesto ieri un autorevole esponente del governo italiano.
Si può uccidere un figlio se sei sola, se sei depressa, se non hai un lavoro, se non hai un sostegno, se non hai i soldi per uscire e svagarti, per fare la spesa e mettere una cazzo di cena in tavola, se nessuno ti aiuta, se le istituzioni ti voltano le spalle. Si può uccidere un figlio se sei donna e vivi in un paese dove appena rimani incinta ti mettono sotto il naso un foglio di dimissioni dal lavoro, se ti licenziano il giorno dopo, se non dormi, se perdi il contatto con la realtà, se ti vedi sola, se ti vivi sola, se ti senti inutile, se non sai come fare, se non sai dove sbattere la testa, se ti senti la peggiore disgrazia per il tuo stesso bambino, se ti prendono gli attacchi di ansia, se corri in ospedale e torni a casa poche ore dopo in compagnia di una scatola di farmaci.
Così si può uccidere così.
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1 giorno fa

Carmelo Abbate

Lei è Frida Kahlo. Nasce a Città del Messico, il 6 luglio del 1907, ma a tutti dice di essere nata nel 1910, perché si sente figlia della rivoluzione messicana, che scoppia proprio in quell’anno. È affetta da spina bifida, ma i genitori la scambiano per poliomielite, dato che la sorella soffre della stessa patologia. Frida cresce libera e indipendente. È una ragazza dal carattere coraggioso, passionale, e con una forte vena artistica. Le piace disegnare, ama la letteratura e spera di diventare un medico.
È il 17 settembre 1925. Frida ha 18 anni. È sull’autobus che la riporta a casa dopo scuola. Insieme a lei c’è il fidanzato Alejandro Gómez Arias. All’improvviso un tram taglia la strada all’autobus, che si schianta contro un muro. Un corrimano le entra nel fianco e le esce dalla vagina. Frida viene portata immediatamente all’ospedale: la colonna vertebrale è spezzata in tre punti, le costole e il collo del femore sono frantumati. Riporta danni su tutto il corpo.
Non può muoversi. Trascorre le giornate a letto, con il busto ingessato. Vuole dipingere un autoritratto da regalare al suo ragazzo. I genitori le regalano dei colori e un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo che possa vedersi. Frida è sola, sempre immobile, e quando dipinge, sceglie di dipingere la sua immagine, perché non riesce a vedere altro.
Piano piano si riprende. Ma i dolori le daranno tormento per tutto il resto della vita. Intanto è diventata una pittrice. Mostra i suoi dipinti a un grande artista, Diego Rivera. L’uomo rimane folgorato, si innamora, le chiede di sposarla. Frida sa che Diego non sarà mai un marito fedele, ma lo ama. Il loro è un matrimonio libero. Entrambi vivono storie e passioni parallele, sia con uomini che con donne.
Ma Diego non ha limiti, finisce a letto con la sorella della moglie: Cristina Kahlo. Frida divorzia. Lui gira alla larga per un anno, poi torna da lei. Si sposano una seconda volta.
L’agosto del 1954, dopo aver perso una gamba per un’infezione, Frida muore per embolia polmonare, a 47 anni. Queste sono le ultime parole del suo diario: "Spero che l'uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”.
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2 giorni fa

Carmelo Abbate

Lui è un ragazzino. Ha 16 anni, ne dimostra meno, al massimo 14. Soffre di un piccolo ritardo cognitivo, si esprime a fatica, apprende con difficoltà. Ha la faccia da buono, è un pacioccone. È mercoledì 27 marzo, sono le quattro del pomeriggio, è una bella giornata di sole. Lui è seduto su una panchina al parco Nord di Milano. Ha le cuffie, ascolta della musica. Vicino a lui, due bambini giocano con un pallone. Loro sono in sei: due ragazze e quattro ragazzi. Due diciassettenni, tutti gli altri sono maggiorenni. Il più grande ha vent’anni. Che cazzo ti guardi, dice al ragazzino. Il quale abbassa subito lo sguardo. Non mi devi guardare, come ti permetti, che cazzo ti guardi. Il ragazzino tiene la testa bassa, non lo guarda, ha paura. L’altro continua, il ragazzino è immobile, inerme, terrorizzato. L’altro si avvicina, il ragazzino gli vede giusto i piedi, ha sempre la testa bassa. L’altro gli sferra due schiaffi violentissimi al volto, che gli fanno volare via gli occhiali. Il ragazzino è disorientato, se la sta facendo sotto. Si alza, indietreggia. L’altro lo colpisce con dei pugni alla testa e al viso. Il ragazzino comincia a correre, scappa. L’altro lo insegue. Il ragazzino inciampa, cade, è a terra. L’altro lo prende a calci in faccia. I suoi amici non alzano un dito, nemmeno le ragazze. Il ragazzino finisce in ospedale, ha la mandibola rotta, gli devono applicare delle placche, rimarrà con sfregi permanenti al volto. Qualche giorno dopo, accompagnato dai genitori si presenta in caserma, piange, si vergogna, fa fatica a racontare quello che gli è successo. I carabinieri passano giornate intere al parco, tengono d’occhio tutti, intanto acquisiscono le immagini di una telecamera, vedono nitidamente la scena descritta, individuano l’aggressore, il ragazzino lo riconosce dalle foto. Lui ha vent’anni, un precedente di polizia per un episodio simile, con aggravante razziale. I carabinieri gli piombano in casa, lui prova ad abbozzare una resistenza, poi capisce che non ce n’è, e vuota il sacco. Piange. Perché lo ha fatto? Per dimostrare a se stesso e agli altri di essere forte, il più forte. ... Leggi tuttoChiudi

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2 giorni fa

Carmelo Abbate

“Marina è venuta a prendermi al binario. Camminiamo insieme verso la sua macchina. Una ragazza la ferma, vorrebbe dirle qualcosa, si blocca, ha un nodo in gola e gli occhi lucidi. Lei la abbraccia. Non servono parole. Facciamo altri due passi, un uomo di mezza età ci viene incontro. La esorta a non mollare, a combattere. Le dice che Marco è figlio di tutti, e che non può finire così, non deve finire così. Ora è lei ad avere gli occhi lucidi.
Valerio, il marito, ci aspetta a casa. È stato appena dimesso dall’ospedale, si è sottoposto a un piccolo intervento che rimandava da tempo. Prima c’era il processo e la strada impervia della giustizia. Dopo la sentenza, ha alzato le mani e si è consegnato al chirurgo, sconfitto.
Saliamo in macchina, è una bella giornata di sole. L'aria è totalmente diversa da quella di Milano. Respiro a pieni polmoni, ne approfitto per sciogliere l’emozione forte che mi suscita questa donna.
Vista in tv o nel monitor di una diretta, Marina sembra una leonessa, un colosso. Seduta accanto a me, torna nella sua dimensione semplice, naturale, nella sua fisicità sofferta.
Arrivati a casa ci viene incontro nonna Gina, l’anziana mamma di Marina. Mi abbraccia e mi stringe forte a sé; mi fa una carezza, ha gli occhi lucidi. Saluto Valerio: è in discreta forma, nonostante la convalescenza.
Mi lascio avvolgere dal calore della famiglia Vannini. A un certo punto mi torna in mente il motivo per il quale sono lì, e con i genitori di Marco mi sposto in un’altra stanza. Accendo il registratore e riporto subito Marina in quell’aula di tribunale, al momento in cui il giudice legge la sentenza”.

In questo post potete ascoltare un breve estratto audio del podcast “Il caso non è chiuso”. Per ascoltare tutte le puntate potete registravi al sito di Storytel. Se vi va, poi, fatemi se vi è piaciuto e cosa ne pensate.
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3 giorni fa

Carmelo Abbate

Loro sono le maestre di Noemi. La bambina arriva spesso in classe con il volto tumefatto. A gennaio si presenta con una medicazione all’orecchio, e una fasciatura arrangiata. Noemi è in lacrime, si scopre i capelli, chiede aiuto. Dice che è stato Tony Badre, perché lei e il fratello sono monelli. Le maestre si consultano e scrivono una nota indirizzata alla dirigente scolastica. La quale, a sua volta, non fa nulla. Dalla scuola non parte nessuna segnalazione alle forze dell’ordine e neppure ai servizi sociali. Dopo la morte di Giuseppe, la dirigente dirà che aveva convocato un collegio dei docenti per affrontare la questione. Collegio, guarda caso, fissato per il giorno successivo alla tragedia, della cui convocazione però gli inquirenti non troveranno traccia documentale.
Loro invece sono le due maestre di Giuseppe. Convocate dagli inquirenti dopo la morte del loro alunno, dicono di aver notato un livido sulla fronte di Giuseppe in una occasione. Solo quello, nulla di più. Le due vengono riconvocate a distanza di un mese. Continuano a ripetere la storia del livido. A questo punto, i poliziotti gli fanno sentire le loro stesse voci intercettate. Al telefono con amici e parenti dicono invece che i bambini venivano tutti i giorni con il volto tumefatto, e "ci mancava pure un pezzo di orecchio a quella creatura". Si preoccupano perché non hanno messo niente per iscritto. Intanto se la ridono. Appaiono indifferenti ai bambini, interessate solo alla loro impunità. Nella stessa sala d’aspetto del commissariato si preoccupano di avere un atteggiamento tracotante. Una ride, l’altra dice che davanti ai poliziotti assumerà una “faccia di cazzo”.
Dopo l’ascolto delle intercettazioni, le maestre ritrovano la memoria e raccontano la verità, ovvero che Giuseppe andava a scuola tutti i giorni con il volto tumefatto, e una volta con una grossa ecchimosi sul collo, come se qualcuno avesse provato a strangolarlo. Loro ne avevano parlato con la preside, la quale aveva detto di non dire nulla perché il “fatto era molto grave”.
Questa è la storia nera di Giuseppe e Noemi, massacrati in casa e abbandonati a scuola.
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3 giorni fa

Carmelo Abbate

Lui è Francois-Henri Pinault. Nasce nel 1962, suo padre è il famoso François Pinault, fondatore del gruppo leader in Europa nel settore del lusso. Quella dei Pinault, è una dinastia di grandi imprenditori. Uomini che hanno trovato la tavola apparecchiata, ma non si sono seduti sugli allori. Hanno raccolto il testimone e continuato a correre per costruire società di successo.
Francois-Henri studia management, dopo l'università si specializza nel settore del lusso. Inizia a lavorare nell’azienda del padre, e nel 2005 diventa amministratore delegato del gruppo. Da questo momento l’azienda cambia rotta, a partire dal nome. PPR si trasforma in Kering, dalla parola “ker”, che significa “casa”, e che nel suo dialetto vuol dire anche “prendersi cura”.
Francois-Henri eredita dal padre la capacità di gestire gli affari ma vuole dare alla società una nuova impronta. Si concentra esclusivamente sul business del lusso: acquista il gruppo Gucci e dirige marchi come Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga, Stella McCartney, Pomellato.
Nel 2006 conosce e si innamora dell’attrice Salma Hayek. Tre anni dopo la porta all’altare. Intanto si dedica ad alte attività. Lotta per i diritti delle donne e per la salvaguardia dell’ambiente.
Il pomeriggio del 15 aprile un incendio ha devastato la grande guglia e due terzi del tetto della cattedrale di Notre Dame. Molti lo hanno vissuto come un presagio, un momento storico, una fine.
È stato solo un incendio, che ha distrutto in parte un luogo simbolo dell’Europa e della nostra civiltà. Nulla che non si possa ricostruire, ci vogliono soltanto uomini di buona volontà, pronti a rimboccarsi le maniche e guardare avanti. Come Francois-Henri Pinault, che la sera stessa ha deciso di donare 100 milioni di euro per la ricostruzione. Come la famiglia Arnault, proprietaria del gruppo del lusso LVMH, e Patrick Pouyanné, amministratore delegato di Total.
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4 giorni fa

Carmelo Abbate

Lei non è Noemi. La foto della vera Noemi, pur con tutti i filtri per celarne l'identità, rimane non pubblicabile. Queste sono le sue parole.
È stato papà Tony. L’orecchio me lo ha chiuso nella porta. Ho dolore al collo perché papà mi ha dato tanti colpi che la mazza della scopa si è rotta. Mi ha colpito agli occhietti con la mazza, con gli schiaffi, con due mani, faceva forte. Il mio papà è andato in galera, si deve fare dieci anni di galera, e io sono contenta perché lui mi fa male, ora sono tranquilla. Ha picchiato anche Giuseppe, lo ha preso in braccio e lo ha tirato al muro. Lui mi ha detto che noi abbiamo rotto la spalliera del letto, invece è stato lui, papà. A Giuseppe lo ha spinto con la testa al muro. Usciva sangue. Non riusciva a respirare, sembrava che doveva morire. Mio zio ha chiamato l’ospedale, e allora Giuseppe non muore più. Io lo dicevo alle maestre Camilla e Anna, e loro non chiamavano i carabinieri. Il sangue usciva dalla testa di Giuseppe, lo abbiamo asciugato con gli asciugamani per non far uscire il sangue. Mio fratello non deve svenire. Deve svenire papà. Noi non abbiamo fatto niente. Una volta anche io stavo morendo. Mi ha picchiato altre volte, ma non sono andata in ospedale. Non voglio dirlo perché è triste, non lo dire a papà però. Se lo dici ammazza anche te, non dire niente, così non succede niente. A me non piace morire, stavo per morire. Il sabato prima siamo stati picchiati con le mazzate. Poi mi voleva affogare, mi ha messo sotto la fontana del rubinetto del bagno, e non voleva chiudere la fontana. Ci ha messo con testa dentro il cesso. Se io chiudevo la bocca, lui l’apriva con le mani. Domenica facevo finta che stavo male per non avere troppe mazzate. Non voglio andare a casa, voglio un posto come questo. Qui ci sono tante belle cose. Mio papà era esagerato. Mio fratello si sporcava la mutanda di cacca, e papà gliela metteva in bocca. Giuseppe l’ultima volta l’ho visto sul divano, non riusciva a parlare, gli ho detto non ti preoccupare, respira, Giuseppe ti prego, parla, ti voglio bene.
Tony Badre non è il papà di Noemi e di Giuseppe. Conviveva con Valentina, la mamma dei tre bambini, da meno di un anno.
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4 giorni fa

Carmelo Abbate

Lei è Anna Rita Zappulla, ha 62 anni, è la preside dell'istituto tecnico professionale Marconi di Imperia. Qualche collega è andato dai Carabinieri e l’ha denunciata: quella donna si tiene per sé l’auto della scuola, una Toyota Corolla, la usa come fosse di sua proprietà.
I carabinieri le hanno piazzato un Gps dentro la macchina e l’hanno pedinata, poi hanno intercettato le sue telefonate e scoperto le sue malefatte.
Ieri, domenica, si sono accorti che ha preso la macchina della scuola e insieme con il suo compagno sono andati in gita a Mentone, in Costa Azzurra. L’hanno aspettata al confine e una volta rimesso piede in Italia l’hanno fermata.
Anna Rita Zappulla, 62 anni, dirigente scolastica, è stata bloccata, interrogata, dichiarata in arresto e portata direttamente in carcere.
Alla faccia del caciocavallo, direbbe mio nonno se fosse ancora vivo. La donna si trova ancora nel penitenziario di Pontedecimo, tra i delinquenti comuni.
Ora io non voglio assolutamente mettere in discussione l’abuso, il reato commesso, e anche il provvedimento disciplinare. Io trovo abnorme, spropositato, ingiusto, scorretto, incivile, barbaro, il provvedimento dell’arresto. Trovo sia figlio dei tempi in cui viviamo, tempi di forte arretramento sociale e culturale, tempi in cui la giustizia cala le braghe davanti ai potenti e agli ammanicati, e fa la voce grossa con i poveri cristi, con le donne, con i deboli e con gli indifesi.
Le manette immediate ai polsi di una donna colpevole di aver usato l’auto di servizio per farsi i cavoli propri, sono figlie di giudici che si sentono investiti di un ruolo che non gli dovrebbe appartenere, ovvero quello di guardiani dell’onestà in un mondo di corrotti, di una giustizia che ti marchia a fuoco e ti trascina nella pubblica piazza, dove ti aspetta una folla inferocita e assetata di sangue.
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5 giorni fa

Carmelo Abbate

Lei è Valentina, la mamma di Giuseppe e di Noemi. Lei è in casa mentre il compagno Tony Badre massacra i suoi figli. Lei c’è quando lui li fa cadere a terra, li colpisce prima con le mani, poi con i calci, al volto, alla schiena, sugli occhi. Lei vede Tony afferrare il bastone della scopa e infierire sulle sue creature. Lei è lì quando Tony prende i bambini, li trascina in bagno e continua la mattanza. Lei è dentro l’abitazione mentre Tony Badre afferra la bambina per il collo e le infila la testa nel cesso. Lei sente le urla di dolore, di terrore, le invocazioni di aiuto dei suoi piccoli. Lei vede il sangue sulle pareti del bagno, lo vede uscire dalle teste dei suoi figli per andare a posarsi sul pavimento.
Hanno chiesto a Noemi che cosa faceva la mamma mentre Tony li massacrava. La bambina si è aperta gli occhi con le dita, poi ha risposto: mamma non faceva niente.
Lei non ha un graffio, non ha un’ecchimosi, un livido, nessuna lesione da difesa alle mani o alle braccia. Lei ha soltanto il segno di un morso sul collo, che Tony Badre dice di averle dato perché lei nella concitazione gli aveva pestato il piede.
Lei non urla nemmeno per attirare l’attenzione dei vicini, non apre le finestre per chiedere aiuto. Quando lui esce per andare a comprare la pomata, lei lascia che i suoi figli trascorrano lunghe ore in agonia.
Lei non è sotto shock. In quelle ore parla a lungo al telefono con Tony Badre, con il quale scambia numerose telefonate. Lei intanto pulisce casa, mette in ordine, infila dentro un sacco le ciocche dei capelli strappati di Noemi, lava a terra. Giuseppe nel frattempo è sul divano, morto.
Lei non chiede di celebrare i funerali del figlio, non va a far visita a Noemi in ospedale.
Pochi giorni dopo la mattanza, lei è al telefono con un amico, parla di una donna che piangeva al funerale di suo figlio Giuseppe. Ride. Sì, lei ride. E quando l’amico le dice che alcuni pensano lei possa togliersi la vita, lei risponde: devi dire alle persone che lo devono prendere in culo.
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