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Non volevo ucciderla, non ho premeditato nulla. Volevo soltanto chiarire alcuni malintesi, ma una volta nel garage la situazione è sfuggita di mano.
Questa la versione di Chiara Alessandri, la donna arrestata per l’omicidio di Stefania Crotti, moglie del suo ex amante e mamma di una bambina di 7 anni.
Ancora. Alessandri ammette di averla uccisa, ma non di avere bruciato il corpo. Infine, secondo quanto ha riferito il suo avvocato, la donna ha detto agli inquirenti che a sferrare il primo colpo sarebbe stata proprio la vittima, Stefania.
Che sta succedendo?
Succede che l’assassina vuole provare a evitare l’accusa di distruzione di cadavere, che è un ulteriore macigno da un punto di vista del reato. E soprattutto vuole provare a evitare la premeditazione, che avrebbe un peso non indifferente nella quantificazione della pena.
Ce la farà? Difficile, se non addirittura impossibile. Naturalmente sono valutazioni che faccio sulla base degli elementi che conosciamo al momento. Non è detto che fra un giorno o un’ora il quadro possa cambiare e ci possa portare ad analisi differenti.
Ma per quello che sappiamo ora, gli inquirenti hanno a disposizione seri elementi oggettivi che supportano l’ipotesi dell’omicidio studiato con un certo anticipo.
Prima dell’omicidio, infatti, la donna accompagna l’amico autista nel posto dove dovrà raggiungere Stefania, poi lo porta nel suo garage, dove fanno prove e manovre per entrare velocemente.
L’assassina dice che si è trattato di una lite degenerata. Ma una dinamica del genere si potrebbe configurare se fosse successa dopo un incontro in piazza, davanti alla scuola, non al chiuso di un garage dove l’hai attirata con l’inganno.
No, non ci siamo. L’unica via di fuga per Alessandri è una perizia psichiatrica. E non è detto che riesca.
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Stefania Crotti viene raggiunta da un uomo che non conosce e che non ha mai visto. Quest’uomo le parla di una festa a sorpresa che le avrebbe organizzato il marito, le porge una rosa, le mostra un biglietto con scritto “ti amo”, con una calligrafia diversa da quella del marito. Tanto basta perché Stefania accetti non soltanto di salire in macchina con quest’uomo, ma di proseguire addirittura bendata.
I fatti saranno andati esattamente in questo modo, ma faccio davvero fatica a mandarli giù.
Voglio essere chiaro, non è mia intenzione sparare mediaticamente addosso a quest’uomo, la cui buona fede non soltanto è presunta, ma è anche supportata dai primi riscontri effettuati dai carabinieri e dalla magistratura.
Dico soltanto che la dinamica, per come viene raccontata al momento, mi sembra viziata quantomeno da una profonda ingenuità da parte della povera vittima.
E in effetti, stando ai messaggi che si scambiano l’assassina e l’autista accompagnatore inconsapevole, le cose sarebbero andate proprio in questo modo. Ma sono certo che gli inquirenti stiano facendo tutte le opportune verifiche prima di mettere un punto.
Ecco, solo questo. Indagini approfondite prima di chiuderla.
(Nella foto, l’assassina Chiara Alessandri).
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Nella trasmissione Quarto Grado ho raccontato perché ho deciso di scrivere il podcast #IlCasoNonÈChiuso e, soprattutto, perché ho scelto di iniziare proprio con il caso di Yara Gambirasio. La sua vicenda mi ha colpito fin dal primo momento e adesso, dopo tanti anni, ho voluto riportare l’attenzione su di lei, sulla storia e sulla sua famiglia. Una famiglia nella quale si sono identificate tante famiglie d’Italia, perché Yara è diventata la figlia, l’amica, la sorella di ogni italiano. E la sua morte, in un certo senso, riguarda tutti noi.
Potete ascoltare le prime quattro puntate del podcast iscrivendovi gratis a Storytel per i primi 30 giorni.
bit.ly/2FGD3OZ
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Quelle come Debora e Denise, giovani e belle, si amano, si prendono, si lasciano, in questo caso si sposano, comunque decidono di vivere liberamente e serenamente la propria sessualità.
Quelli come il politico di Bolzano, Kurt Pancheri, vecchi e brutti, cercano attraverso il buco della serratura quelle come le due ragazze siciliane, si masturbano, poi in un luogo istituzionale le apostrofano così: “Quelli lì...come si chiamano...i finocchi”..
Buona domenica. Ed evviva le spose.
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Lui è Jose Javier Salvador Calvo, 50 anni. Nel 2003 è stato condannato a 18 anni di carcere per aver ucciso a colpi di arma da fuoco la moglie Patricia Maurel Conte, 29 anni.
Rilasciato nel 2017 grazie alla libertà condizionata, avrebbe iniziato una relazione con Rebeca Santamalia Cancer, 47 anni, l’avvocatessa che lo aveva difeso al processo.
Ieri il marito della donna ha denunciato la sua scomparsa. La polizia ha trovato il suo cadavere dentro una abitazione a Saragozza.
L’avrebbe uccisa Jose, a coltellate. Poi si è lanciato da un ponte a Tuerel, ed è morto.
Io non avrei altro da aggiungere. Fatelo voi.
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Carmelo Abbate ha aggiornato la sua immagine di copertina. ... Leggi tuttoChiudi

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Buongiorno. Non ho scritto un libro. Ho realizzato un podcast.
Che cosa è un podcast?
È un file audio che si può scaricare sul computer o telefonino, e ascoltare mentre siete a passeggio, in macchina, a casa, ovunque.
Sentirete la mia voce raccontare una storia scritta da me.
La prima è quella di Yara, che ho suddiviso in 4 puntate da 30 minuti ciascuna. Ma troverete presto altre 6 storie, sempre su casi di cronaca.
Se avete voglia di ascoltarle, cliccate su questo link bit.ly/2FGD3OZ, registratevi e avrete gratis i primi 30 giorni, al termine dei quali sarete liberi di rinnovare o disdire.
Buon ascolto. Aspetto le vostre impressioni su quello che sentirete. Ci tengo, ci conto.
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Ci sono storie che non possono essere dimenticate. Storie che ci hanno scosso e fatto soffrire, anche se non le abbiamo vissute noi in prima persona. Raccontarle di nuovo è un modo per capire come sono andati veramente i fatti, ma soprattutto, è un modo per ricordare.
Da questa sera inizia su Storytel #IlCasoNonÈChiuso, un podcast giornalistico che ripercorre alcuni casi di cronaca nera degli ultimi anni, sui quali, forse, non è ancora stato detto tutto.

Le prime quattro puntate sono già disponibili e affrontano il tragico caso della piccola Yara Gambirasio. Dopo aver scavato nelle oltre 60 mila pagine dell’inchiesta, ho dato voce alle trascrizioni dei messaggi che Maura, la mamma di Yara, ha lasciato ogni giorno nella segreteria del telefono della figlia. Per raccontare il dramma, la disperazione, il dolore di una famiglia, dal momento della sparizione di Yara fino a quel benedetto, o maledetto, 26 febbraio, quando la notizia del ritrovamento del corpo ha messo fine alle speranze, e forse anche alle angosce di Maura e Fulvio Gambirasio.

Se volete ascoltare il podcast cliccate al link, per registrarvi al sito di Storytel e usufruire del periodo gratuito di prova di 30 giorni.
bit.ly/2CxzPtK
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Io mi arrendo. Questa non è giustizia, è uno schifo, una vergogna. Ci fosse di mezzo un invitato alle feste che contano, la gente che conta si straccerebbe le vesti. Ma siccome si tratta di due poveri disgraziati, facciamo finta di nulla.
Rosa e Olindo. Voglio stare ai fatti.
Alle 10 di mattina del 12 luglio 2018, il cancelliere ufficio corpi di reato del tribunale di Como ha distrutto i reperti che la difesa chiedeva di analizzare. Reperti mai analizzati durante i processi, come i giubbotti delle vittime, i cuscini, la tenda di casa Frigerio.
Sulla tenda, secondo l’avvocato Fabio Schembri, c’erano delle tracce di sangue da schizzo. Se è così, significa che la signora Cherubini è stata colpita sulle scale, ma poi è stata finita in casa con una coltellata alla gola che le ha reciso la lingua.
Le prime due persone che accorrono nella palazzina, sentono la signora Cherubini gridare aiuto!, non riescono a salire per il fumo, cercano un estintore, ritornano e la trovano morta.
Quindi, quando loro entrano nella corte, gli assassini sono sopra con lei, diversamente la donna non avrebbe potuto urlare con il colpo alla gola che le ha reciso la lingua.
Secondo la ricostruzione delle sentenze, Rosa e Olindo dopo aver commesso la strage sono andati a casa a pulirsi. Ma se sono sopra con la Cherubini quando arrivano i due soccorritori, come possono essere usciti senza essere visti?
Impossibile. Morale, se le tracce sulla tenda sono da schizzo, il delitto deve essere opera di qualcuno che è sopra al momento delle urla, e che poi fugge da un altro luogo.
Torniamo ai reperti. Proprio il 12 luglio, la Cassazione deve dire si o no alle analisi. Nei giorni precedenti il procuratore generale si è espresso in favore della difesa. C’è il suo parere favorevole, si aspetta la sentenza, che arriva la stessa sera: la Corte rigetta il ricorso, dice no all’incidente probatorio, ma dice anche che la difesa ha diritto a esaminare i reperti tramite accertamento tecnico irripetibile. In buona sostanza, si facciano le analisi, ma fatevele voi, a vostre spese.
Peccato che nelle ore precedenti, con un procuratore generale che aveva dato parere favorevole, qualcuno abbia distrutto i reperti. Complimenti.
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Guardate bene queste immagini, e ascoltate l’audio!
Il video è stato pubblicato ieri dal Corriere della Sera. Il sergente Giulia Jasmine Schiff, 20 anni, denuncia di essere stata vittima di nonnismo. La procura militare indaga, la politica si indigna, il ministro della difesa Elisabetta Trenta pretende chiarimenti, lo stato maggiore dell’Aeronautica annuncia una inchiesta. Giulia Jasmine Schiff, nel frattempo, è stata espulsa dall’Accademia «per insufficiente attitudine militare».
Ma torniamo al video. Mi spiace, non mi convince, non sono d’accordo. Se devo giudicare solo dall’episodio documentato attraverso queste immagini, ci troviamo di fronte a un rito iniziatico, una celebrazione, una sorta di battesimo pagano.
Si può non condividere, ne possiamo discutere fino a domani mattina. Ma qui il punto è un altro. E non si può certo dire che dietro l’azione del gruppo ci sia la volontà di colpire, umiliare, punire la persona, che alla fine viene applaudita, abbracciata, e complimentata. Io non sono mai entrato in quella caserma, e non conosco nessuno dei protagonisti di questo filmato. Ma su una cosa sono pronto a mettere la mano sul fuoco: ognuno di loro prima di battezzare, è stato battezzato.
Il fatto che sia donna non può e non deve diventare una discriminante. Sotto quelle divise ci sono piloti, soldati, non uomini e donne. Se vuoi indossarla, ti adegui, non puoi pensare di trovarti a Cambridge.
Naturalmente, lo ripeto, non so cosa ci sia dietro, se è solo un momento culminante di una serie di violenze fisiche e psicologiche. Ma se quella che viene diffusa deve essere la prova regina delle malefatte, allora mi dispiace ma non ci sto.
Questo non è nonnismo, è cameratismo.
E lo scrive uno che il nonnismo lo ha combattuto e ne ha pagato le conseguenze: metà del mio anno di militare l’ho passato in punizione dentro la caserma del primo battaglione bersaglieri La Marmora di Civitavecchia. Circa 180 giorni senza che mi fosse concesso il permesso di mettere il naso fuori da quelle mura. So cos’è il nonnismo, e certo non è questo.
In questo video non vedo mostri o cattivoni, solo soldati.
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