Bolero

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Non volevo nemmeno parlare della vicina di casa dei Ciontoli, Maria Cristina, intervistata nei giorni scorsi dalle Iene.
Lo faccio solo perché mi avete scritto in tanti per chiedermi cosa ne penso.
Penso che non aggiunga nulla all’accertamento della verità, penso che sia soltanto un elemento di confusione per le indagini, penso che porti acqua al mulino dei Ciontoli, e penso che le sue parole abbiano prodotto un solo grande effetto: far passare una notte terribile di angoscia alla mamma di Marco Vannini.
L’unico elemento utile della sua apparizione è quello che già conoscevamo, ovvero che le indagini iniziali sono state condotte con evidenti lacune. Il fatto che nessuno degli inquirenti abbia sentito il bisogno di bussare alla porta della persona che vive sotto una casa dove si è consumato un omicidio, la dice lunga sulla puntigliosità con la quale si è cercato di verificare le parole dei Ciontoli.
Detto questo, però bisogna anche avere il coraggio di affermare che non puoi presentarti quattro anni dopo, e lasciar intendere che Antonio Ciontoli quella sera non fosse in casa. Perché così stai tirando il sasso e nascondendo la mano. O hai prove a supporto, oppure fai una miglior figura se stai zitta, come hai fatto incredibilmente in tutti questi anni. Troppo facile uscire oggi dalla tana e dire: cucù, nessuno mi ha cercato. Settete, e tu dov’eri, perché non sei andata a bussare dai Carabinieri?
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Qualche opinione sul giallo di Bra, sempre a Quarto Grado. ... Leggi tuttoChiudi

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Oggi a Quarto Grado abbiamo parlato del caso di Stefania Crotti, la donna di Gorlago, mamma di una bambina di 7 anni, ritrovata ammazzata. Io purtroppo non riesco ad accettare la versione della legittima difesa raccontata da Chiara Alessandri, l’ex amante del marito. Ci sono troppe cose che non mi convincono. ... Leggi tuttoChiudi

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Lei è Maria Sestina Arcuri, 26 anni, calabrese trapiantata a Roma, parrucchiera in un salone di bellezza.
La sera del 3 febbraio la passa insieme con il fidanzato Andrea Landolfi, 30 anni, ex pugile, operatore sanitario.
I due sono in un pub di Ronciglione, nel viterbese. Discutono, pur con toni civili, mentre bevono un bicchiere. Quando escono, secondo il proprietario del bar, lei sembra accigliata, invece lui ha un atteggiamento diverso dal solito.
Il mattino dopo, il fidanzato chiama il 118, Maria Sestina viene portata in ospedale, operata d’urgenza, ma muore per emorragia cerebrale. La famiglia dona gli organi.
Andrea Landolfi racconta che la sera prima, al ritorno a casa, sono caduti insieme dalla scale. Maria Sestina ha sbattuto la testa, durante la notte ha avuto conati di vomito e sangue che le è uscito dalle orecchie.
È stato un incidente, questa la sua versione.
Quando e se sarà supportata dalle indagini scientifiche, ne prenderò atto. Per il momento, mi dispiace, ma non mi convince.
Nel frattempo la procura di Viterbo lo ha iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario.
Ci vediamo più tardi a Quarto Grado.
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Lui è Azouz Marzouk. Guardatelo bene in faccia. Non vi piace? Lo considerate un poco di buono? Non vi biasimo. Lo penso anch’io.
Azouz è uno che se vostra figlia ve lo porta in casa, come minimo vi attaccate alla bottiglia per la disperazione. Trafficante di droga, carcerato e beneficiato dall’indulto, espulso dall’Italia, fortemente sospettato di aver venduto l’esclusiva fotografica del funerale del figlio. A volergli bene si può affermare che è un soggetto poco raccomandabile.
Detto questo, rimane il fatto che nella strage di Erba ha perso la moglie e il figlio. Azouz era il padre del bambino scannato, e il marito della donna sgozzata. E potete mettere una mano sul fuoco, se quella sera non fosse stato in Tunisia, oggi sarebbe in carcere con una condanna all’ergastolo, mentre Rosa e Olindo sarebbero a passeggio per Como.
Perché scrivo questo? Perché a prescindere dai suoi trascorsi e dalla sua caratura morale, Azouz ha pieno titolo per parlare, esternare, pungolare la giustizia italiana sulla strage di Erba. Non è una vittima di serie B, ma sta sullo stesso piano del papà di Marco Vannini, o del papà di Loris Stival.
Loro hanno chiesto e continuano a chiedere giustizia. Può farlo anche lui, né più né meno.
Azouz Marzouk ritiene che Rosa e Olindo siano innocenti. Non è detto che abbia ragione. Ma dal suo punto di vista gli assassini della moglie e del figlio sono ancora in libertà.
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“Non tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere. Non ti fare fottere dalla nostalgia, dimenticaci tutti. Se non resisti e torni indietro, non venirmi a trovare, non ti faccio entrare a casa mia. O’ capisti? Vattene, non voglio più sentirti parlare, voglio sentir parlare di te”.
Chi conosce la mia storia e la mia vita, può immaginare cosa provo soltanto a leggere le parole di Afredo rivolte a Totò in “Nuovo Cinema Paradiso”.
Il film l’ho visto una infinità di volte, e ogni volta è come se fosse la prima: mi emoziono, piango.
Uno dei miei momenti preferiti è quello in cui il protagonista si ritrova nella sala e guarda sullo schermo una serie di scene di baci tratte dai film più romantici dell’epoca.
L’ho voluta ripescare dalla mia memoria oggi perché è il giorno in cui molti si trovano a festeggiare l’amore: chi con una cena fuori, chi con un piccolo regalo, chi con una semplice battuta che ironizza proprio su San Valentino.
L’ho voluta ripescare dalla mia memoria anche perché sono stati giorni in cui ho letto e riportato tante notizie orribili, alcune che riguardano proprio storie di innamorati che finiscono nel sangue e nella violenza. E allora, anche se è solo una convenzione, ben venga un po’ di tenerezza.
Soprattutto perché penso che di amore si parla tanto, tantissimo, ma forse non abbastanza per capire che anche questo sentimento, per quanto immenso e totalizzante, ha dei limiti. Che l’amore non accetta la brutalità, la costrizione, la gelosia morbosa. Non accetta la vendetta, la manipolazione psicologica, la sottomissione, la persecuzione, la sopraffazione.
E oggi, che è il giorno degli innamorati, anche se è solo una convenzione, volevo ricordarlo.
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Quello di Pamela Mastropietro non è delitto di mafia, nigeriana, siciliana o austroungarica.
E il processo al suo presunto assassino Innocent Oseghale, iniziato ieri a Macerata, non può e non deve assolutamente diventare un processo politico.
Dentro le aule giudiziarie si accerta la responsabilità penale, che rimane personale. I processi politici si fanno in Parlamento, non in tribunale.
Scrivo questo con il massimo rispetto e affetto per la mamma di Pamela. Le mie parole non sono indirizzate a lei, per essere chiari.
C’è una ragazza uccisa in modo schifoso, barbaro e incivile. E c’è un presunto assassino che si dichiara innocente, ma contro il quale ci sono prove importanti.
Anche se l’assassino di Pamela dovesse risultare legato a organizzazioni mafiose, non cambia la natura del delitto. Anche se il movente dell’omicidio, dopo la violenza sessuale, fosse la paura che Pamela denunciasse e quindi scoperchiasse il pentolone malavitoso di Macerata, rimane il fatto che la sua uccisione non ha matrice mafiosa.
Vedo troppi avvoltoi che volano sopra il suo corpo e strumentalizzano la sua morte per loro tornaconti, personali e politici.
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Ogni frase dei libri di Elena Ferrante arriva dritta al cuore. È difficile, per chi abbia letto L’amica geniale, dimenticare la voce di Lila e Lenù, due bambine, due ragazze, due donne, che lottano contro un mondo bigotto e maschilista, che cerca in tutti i modi di spezzare i loro sogni.
La loro è la storia di un’amicizia che resiste al logorio del tempo e che va oltre qualsiasi limite. La storia di un legame che salva dalle ingiustizie della vita, davanti alle quali, molto spesso, non si può che abbassare la testa.
Indelebile è l’immagine di loro due piccoline che corrono in mezzo al rione, in una mattina di primavera. Hanno appena deciso che quel giorno non entreranno a scuola: vogliono andare a Napoli, a vedere il mare che non hanno mai visto. Frequentano ancora le elementari ma hanno già capito che se non andranno insieme, in quel momento, nessuno mai le accompagnerà. Hanno capito che l’unico modo per ottenere quello che vogliono è restare unite. Non sanno quanto è lontano il mare, non sanno nemmeno se i loro genitori le scopriranno, ma non importa: sono loro due insieme, e niente può far paura a due femmine che decidono di proteggersi e di affidarsi l’una all’altra.
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Lei è Martina Ciontoli, la fidanzata, la grande assente nell’ambulanza che porta Marco Vannini a morire come un figlio di nessuno, a soli 20 anni.
Il pomeriggio successivo alla morte di Marco, Martina è con il fratello Federico e la fidanzata Viola Giorgini sul divano della caserma dei carabinieri di Civitavecchia.
"Io ho visto lui, quando papà gli ha puntato la pistola…non ci posso pensà”, dice Martina, sotto l’occhio della telecamera che intercetta e filma la conversazione.
Al processo, il pubblico ministero le contesta: signorina lei allora ha visto, guardi qui, sta mimando la scena. E le mostra le immagini.
Risposta: No, me ne aveva parlato mio padre.
Il pm la incalza: ma lei parla in prima persona, non riferisce un resoconto di altri!
Risposta: avevo fatto mio il racconto di mio padre, e lo ripetevo.
Lo stesso pm ha già interrogato Martina in precedenza e le ha contestato una frase che la ragazza ha detto nella stessa conversazione intercettata.
“Qui sotto c’aveva il proiettile…sembrava una ciste”, racconta Martina nel video.
Allora lei c’era! Ha visto! insiste il pubblico ministero.
Risposta: no, me lo ha riferito il comandante dei carabinieri in caserma quella sera.
Sempre il pm: signorina abbia pazienza, ma il comandante come poteva sapere che Marco si trovava nella vasca! E soprattutto, come poteva sapere della traiettoria del proiettile! L’autopsia non era stata fatta!
Risposta: io sono certa che non ho visto minimamente che Marco aveva un proiettile.
Al processo, il comandante dei carabinieri ha giurato di non aver mai detto nulla del genere alla ragazza.
Morale: uno dei due mente, da qui non si scappa. Per i giudici non è Martina Ciontoli. Ma se non è lei, allora noi abbiamo un comandante dei Carabinieri che ha mentito sotto giuramento dentro l’aula di un tribunale.
Perché non è stato indagato per falsa testimonianza?
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Ecco, da domani al cinema ci sarà un film italiano veramente bello, La paranza dei bambini. È un film feroce e tenero allo stesso tempo, di cui ho voglia di scrivere poche parole perché, al di là del mio parere personale, rappresenta molto bene una cosa di cui sono convinto.
Quante volte abbiamo letto articoli sulla violenza nelle strade di Napoli? Quante volte abbiamo ascoltato alla televisione inchieste su clan camorristici e gruppi criminali presenti in una delle città più belle del mondo? Siamo inondati di informazioni, da tutte le parti. Siamo così abituati a queste notizie che a volte, anche quelle più atroci, ci toccano soltanto per un secondo. I titoli dei giornali gridano che le baby gang hanno compiuto furti, rapine, aggressioni. Ma chi sono questi ragazzi? Cosa sappiamo realmente di loro?
Il film di Roberto Saviano e Claudio Giovannesi lo mostra benissimo perché non si limita a riportare freddamente i fatti, ma li trasforma in un racconto.
È così: quando le notizie diventano una storia, che possa essere un libro, un film o qualsiasi altra cosa, quando quelle notizie assumono un nome, un volto, un’emozione, allora riescono ad arrivarci per davvero. Riescono a depositarsi dentro di noi, a restare. Questa credo che sia la vera potenza delle storie, il motivo per cui continuiamo ad ascoltarle e abbiamo bisogno che qualcuno continui a raccontarcele.
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LE NOTIZIE

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Omicidio Vannini, Viola scrive una lettera ai genitori di Marco

( articolo pubblicato su Panorama).   La lettera è arrivata oggi, a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno. Viola Giorgini rompe il silenzio e scrive ai genitori di Marco Vannini, il giovane bagnino di Cerveteri rimasto ucciso mentre si trovava in casa della fidanzata. La storia è questa: sono le…

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Terremoto Molise: “La terra trema, come quel giorno in cui persi mia figlia”

( articolo pubblicato su Panorama) Più di cinquanta scosse registrate negli ultimi giorni in Molise. Le hanno sentite anche a San Giuliano di Puglia. Sì proprio lì dove il terrore e la morte diventarono l’incubo della popolazione in quel mai rimosso 31 ottobre 2002. San Giuliano di Puglia, 27 bambini…

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( articolo pubblicato su Panorama ) «C’è una evidente presenza di stranieri superiore agli italiani sulle scene del crimine» ammette con prudenza Anna Italia, ricercatrice del Censis. «Ma nella maggior parte dei casi si tratta di irregolari, perché chi sta in Italia da tempo è portato a non delinquere». Se…

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Tra i bambini sordociechi alla Lega del filo d’oro

  (Articolo pubblicato su Panorama, foto di Franco Origlia)   Per arrivare a Osimo ti lasci Ancona alle spalle, guidi per una ventina di minuti e sei immerso in un paesaggio incantato. Attraversi campagne, colline e di colpo ti ritrovi sopra un piedistallo, sospeso tra il mare da una parte…

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Lo strano caso dei leasing a prezzi di saldo – La mia inchiesta di Ottobre su Panorama

Prima un’interrogazione parlamentare. Poi alcuni dettagliatissimi esposti. Che accusano la Ubi banca di avere acquistato uno yacht e un jet, e di averli ceduti a prezzi molto più bassi del loro effettivo valore. Così oggi tre procure indagano su una serie di operazioni e su un sospetto intreccio di nomi e di società. Ma anche la Banca d’Italia apre un’ispezione. Che accerta «comportamenti illegittimi», controlli lacunosi e «potenziali conflitti d’interesse»….

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