VIAGGIO (PROVOCATORIO) NELLE PAURE INCONFESSABILI DEGLI ITALIANI

Sull’ aereo, per strada, in metrò. Incontrando il manager che non vuole salire sul tuo volo, il bulletto che ti chiama Bin Laden, la polizia che non ti molla. Tre giorni travestito da “perfetto” arabo. Per vedere, di nascosto, l’ effetto che fa.

Saranno i ricordi di qualche romanzo classico. O meglio, del protagonista di qualchevecchio film, a metà strada fra l’ Anthony Quinn di Lawrence d’ Arabia e l’ Antonio DeCurtis di Totò sceicco. Fatto sta che l’ immagine è stampata negli occhi e nelcervello: come si veste il più comune degli arabi, alias il più comune dei musulmani?Con un copricapo e un camicione lungo fino alle caviglie. Un modello persino banale.Ma è a questo che si è ispirato il cronista di Panorama per compiere un viaggio nellagrande paura che attanaglia gli italiani ai tempi di Bin Laden: la paura delladiversità, dello straniero, di chi è portatore di una cultura radicalmente diversa daquella occidentale, di chi professa un’ altra religione. Eccoci dunque camuffati damercanti di Riad a girare per le vie di Milano e Roma, a prendere aerei emetropolitane, a entrare in uffici pubblici e centri commerciali. Obiettivo: vedere di nascosto l’ effetto che fa. In altre parole, osservare la reazione della gente, delvicino di posto, dell’ impiegato di turno.

No, nessun gioco, nessuna candid camera.Piuttosto, la conferma di una sensazione tanto diffusa quanto profonda einconfessabile: la grande paura, appunto. Sensazioni di incertezza, smarrimento,timore, pronte a offuscare il cervello, a tornare fuori attraverso mille comportamentiirrazionali. Dopo quel maledetto 11 settembre, basta un vestito arabo perrisvegliarle. E pazienza se i sofisticati manuali da perfetto kamikaze, preparatidallo sceicco della morte, impongono ai suoi adepti comportamenti esattamentecontrari. Cioè di integrarsi fino a confondersi con le abitudini dei cittadini di NewYork, Londra, Milano: guai a vestirsi da fondamentalista islamico, meglio mangiarehamburger e patatine, magari bere whisky e visitare i locali di striptease. Ma tant’è. Con la guerra senza immagini in Afghanistan, i rilanci terroristici minacciosi chegiungono via etere da chissà quali caverne, e per ultima la fobia del carbonchio,basta davvero poco. Un vestito, una faccia scura e monta la psicosi. Ecco il resocontodi alcuni momenti salienti dell’ inchiesta di Panorama. Per capire quanto la ragionecollettiva sia stata annebbiata dall’ apocalisse di Manhattan il cronista ha assuntole spoglie di Hamza, nome arabo che significa leone. Una conclusione è bene che siachiara sin dall’ inizio: non abbiamo riscontrato alcuna intolleranza, atteggiamento diostilità o alzata di scudi razziale. Ma solo silenzio, imbarazzo, paura. Assolutamente legittimi.

Sono da poco passate le 15 di venerdì 12 ottobre quando Hamza arriva all’aeroporto milanese di Linate. In mano un giornale arabo, uno zainetto e un bigliettoper il volo diretto a Roma delle 16. Il passaggio sotto il metal detector è daroutine, la borsa viene aperta e ispezionata. Tutto ok, anche al check-in. Hamza puòpartire. La sala d’ imbarco è piena di gente. Ma che silenzio. Hamza è impacciato,centinaia di occhi lo seguono in ogni suo gesto. Eccolo, in fondo, il manager con goterosse e la faccia da bravo ragazzo. E’ discreto, i suoi occhi si interrogano, la suamente è in subbuglio. Sembra stia pensando: “Speriamo non salga sull’ aereo. Ma sì,andrà a Napoli. Sta’  tranquillo. E se venisse a Roma col mio stesso volo? Oh mamma!Chiama la polizia. Ma no, non essere scemo. Da’  retta a me, chiamala. Basta”. Passa un uomo basso e tarchiato, sui 40 anni, si ferma, guarda, scruta dalla testa ai piedi.Con vero piglio inquisitore. Poco più in là, un capannello di gente: “L’ hai vistoquello? Non salirà mica con noi? Sta’  tranquillo, guarda, ha le scarpe sporche e labarba incolta. Ho letto da qualche parte che un kamikaze cura tutto alla perfezioneprima di immolarsi. Questo è solo uno straccione”. Ecco tre poliziotti in divisa. Siavvicinano: “Ci segua”. Hamza spiega che in realtà non è Hamza. Le parole di unagente: “Da mezz’ ora siamo bersagliati da richieste di controlli sulla sua persona.C’ era gente che non voleva nemmeno salire sull’ aereo”. Tutto chiarito, annunciano l’imbarco. L’ arabo entra, l’ aereo è pieno. Gli occhi sono quasi pietrificati. Hamzasembra uno schermo acceso dove scorrono flash di terrore: la torre in fiamme, ilBoeing che si schianta, l’ esplosione, i corpi che si buttano nel vuoto, i crolli, l’hostess sgozzata, la telefonata del passeggero alla moglie, il presidente braccato neicieli. Ecco, lassù Hamza è tutto questo. L’ atmosfera è tesa. Linate è anche l’aeroporto della tragedia. La tensione è palpabile. E come se non bastasse ci si mettepure uno stewart. Valigia marrone di pelle alla mano, ben in vista, esclama ad altavoce: “Questo bagaglio, non sappiamo di chi è”. Panico. Tutti guardano tutti. Tutti guardano Hamza. La cabina di pilotaggio è completamente aperta, in mezzo ai due pilotista seduto un uomo in abiti civili. “Assistenti di volo prepararsi al decollo”. Dal finestrino si intravedono i resti dell’ aereo della Sas. Il silenzio è irreale,pesante. Si sente la voce di un bambino: “Eccolo il macello, eccolo lì”. Ma nessuno si gira. C’ è voglia di guardare avanti, di lasciarsi il macello alle spalle.

Via, si decolla. Il silenzio è sempre assordante. Hamza si gira, piano, ben attento a non faregesti inconsulti. Due file più indietro il passeggero con la faccia da duro. Ha l’espressione di chi sta pensando: “Se ti alzi faccio l’ eroe. Magari va bene e vado suigiornali. E le televisioni. L’ eroe del volo Milano-Roma. Questo aereo atterrerà”. Maè la giornata dell’ ansia. Sembra una normale turbolenza, ma a un tratto l’ aereoincappa in una serie di scossoni da togliere il fiato. La vocina maligna adesso grida:”Ecco quella valigia senza padrone di prima, oh mio Dio!”. L’ atterraggio a Fiumicino è da manuale. Il sospiro di sollievo è generale. Il vicino di posto finalmente può asciugare le mani sudate sfregandole sui jeans. C’ è il manager con la faccia buona diprima. Adesso nei suoi occhi la paura è svanita: “Lo dicevo io che quest’ arabo era una brava persona. E noi italiani non siamo razzisti, vi vogliamo bene”. Le ore romane volano via senza particolari problemi. Come pure il volo di ritorno. Il giorno dopo,in giro per il capoluogo lombardo, la musica cambia. La presenza di Hamza passa quasi inosservata, almeno per le strade. Dopotutto Milano è multietnica. Qui, che sia il Duomo o la periferia, Hamza è solo uno dei tanti arabi che vivono la città. Hamza non è più, come sull’ aereo, una televisione sempre sintonizzata sulla tragedia. Semmai siaccende solo in quei posti in cui, in questi giorni, si guarda con diffidenza il vicino, a prescindere dalla diversità di razza o etnia. Accade così, anche se lo schermo è sfuocato, in metropolitana e in treno. Qualche volta al bar, al ristorante,nei supermercati o nei grossi centri commerciali. Dove gli impiegati, tra codice abarre e scontrini, non si soffermano più di tanto su chi hanno di fronte. Hamza entraed esce senza controlli dal Duomo. Viene avvicinato dai carabinieri che glicontrollano i documenti, da qualche bullo da curva sud che lo apostrofa come “OsamaBin Laden” e da una donna che gli sussurra: “Chi non ama i bambini non è di questomondo”. E se prova ad avvicinarsi al consolato americano si ritrova circondato dalla polizia. Due funzionari, sette agenti e tre volanti: il controllo è serrato, dura un’ora. Un agente parla al telefono: “Sì, ha in testa la solita papalina bianca, l’ abitoè grigio. Sì, uno solo. Ha anche un giornale arabo per far vedere che è un vero arabo.Sì, dice che vuole vedere la reazione della gente”.

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Una risposta a VIAGGIO (PROVOCATORIO) NELLE PAURE INCONFESSABILI DEGLI ITALIANI

  1. Eleonora Paloma scrive:

    Geniale

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