Nel paese dei milioneuri

I guadagni da favola di Tronchetti Provera. I calciatori che diventano, in assoluto, la categoria più facoltosa del Paese. E Leonardo DiCaprio che entra al 47° posto della graduatoria dei milionari. Dalle denunce dei redditi 2001, l’ultimo rapporto sui ricchi. Con tante assenze.

Record italiano: 518 miliardi 279 milioni 424 mila di lire. Oggi si direbbe: 267 milioni 668 mila 984 virgola 18 euro. Con questi «spiccioli» in tasca, guadagnati in un solo anno, Marco Tronchetti Provera ha scalato la vetta dei Paperoni d’Italia e ha raggiunto il primo posto in classifica. Una cifra mai vista in passato, per un primato destinato a resistere quanto il famoso 19 e 72 di Pietro Mennea a Città del Messico nel 1979. Ma il capo della Pirelli deve guardarsi le spalle: dietro scalpita Leonardo Del Vecchio, patron della Luxottica, che dalle retrovie è arrivato fino alla quinta posizione.

Per il resto, i soliti poveri ricchi: Giorgio Armani, Pasquale Natuzzi, Donatella Versace. E la solita conferma: i calciatori sono la categoria in assoluto più «liquida » del Paese. Sono 80 gli eroi del pallone nei primi 500 posti della graduatoria. Signore e signori, benvenuti nel paesedei «milioneuri». Di quelle persone,  cioè, che una volta si chiamavano miliardari e che oggi, riposta la lira nel cassetto, possiedono almeno un milione di euro. Ebbene, stando alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2001, che si riferiscono ai soldi guadagnati nell’anno 2000, i Paperoni nostrani sono 4.400 (il 10 per cento in più rispetto a 12 mesi prima). Per chiarezza, il modello in questione è quello delle persone fisiche, ovvero l’Irpef.

«Il 2000 è stato un anno eccezionale per l’Italia» spiega Giuseppe Roma, direttore del Censis. «La congiuntura internazionale favorevole ha comportato una crescita del prodotto interno lordo  vicina al 3 per cento. La crisi della borsa si è fatta sentire solo nella seconda metà dell’anno. Altro aspetto importante: l’effetto strutturale della crescita di molte medie imprese. Realtà come quelle di Merloni, Del Vecchio fino ad arrivare alla Technogym, hanno fatto registrare un forte sviluppo che si è tradotto in un pagamento di maggiori tasse anche da parte dei proprietari». Uno scenario più che positivo, insomma, per un paese che sul finire dell’anno iniziava già a risentire delle difficoltà internazionali e che nel 2001 ha poi accusato, come tutti gli altri grandi del mondo, il duro colpo dell’11 settembre.

Passando in rassegna i primi 500 della classifica stilata dal ministero dell’Economia, che Panorama pubblica in esclusiva si vede che il 70 per cento dei ricchi vive al Nord, mentre poco più del 5 al Sud. La medaglia d’oro va a Tronchetti Provera. In un anno, il manager milanese ha scalato ben 45 posizioni fino alla cima più alta. Come ha fatto? Semplice, il presidente della Pirelli (società che ha chiuso il bilancio del 2000 con profitti per 3 miliardi 700 milioni di euro) proprio nel 2000 ha incassato una stock option di circa 250 milioni di euro derivante dalla cessione di Optical Technologies alla statunitense Corning. Un bel colpo, non c’è che dire, che ha riempito il portafoglio di Tronchetti Provera e il portagioie di Afef, oggi sua moglie.

Non c’è più bisogno di cercare alcuna spiegazione, invece, per quanto riguarda il numero due della classifica: Giorgio Armani. Due anni fa i suoi 321 miliardi e rotti di lire avevano suscitato scalpore, tanto che i suoi portavoce si erano affrettati a smorzare i toni spiegando che lo stilista aveva solo prelevato, tutto in una volta, un bel gruzzolo di soldi fino ad allora investiti. Insomma, un fatto straordinario. Ma dopo la prima piazza dello scorso anno e la riconferma di adesso, non servono troppi ragionamenti. Oggi Armani è un italiano ricco che lavora, guadagna e paga le tasse.

Stesso discorso per Pasquale Natuzzi, 60 anni, industriale del salotto. Il pugliese di Santeramo in Colle ha iniziato vendendo salotti senza marca ai grandi magazzini statunitensi. Ora la sua è una grossa realtà imprenditoriale con più di 3.500 dipendenti che esporta in 150 paesi del mondo. La catena in franchising Divani&Divani (con alcuni negozi anche di proprietà) ha avuto l’aggiunta «by Natuzzi». Lui ha cambiato look passando dai colori eccentrici al nero e al grigio minimalisti by Armani. Un vero self made man: Natuzzi non è neppure diplomato, ma è stato insignito di una laurea honoris causa all’università di Bari, in scienze della formazione.

Fin qui il podio. Poi, andando a spulciare la lista del ministero, gli spunti  di approfondimento non mancano. Intanto, balza subito all’occhio la questione calciatori. Altro che venti di crisi, stadi vuoti, televisioni a pagamento che abbassano drasticamente i contratti. Tutt’altro. Il calcio, nella fattispecie le 18 squadre della serie A, muove qualcosa come 450 giocatori. Ebbene, il 99 per cento di questi è milionario. Ottanta, addirittura, sono nei primi 500 posti.

La crisi, semmai, si abbatte sulle spalle dei poveri presidenti, che continuano a tenere alti gli stipendi dei campioni cercando di non fare la fine di Vittorio Cecchi Gori. Non è un caso che a rappresentare la categoria siano solo in tre: il milanista Silvio Berlusconi (8.633.739,10 euro), lo juventino Vittorio Chiusano (3.389.479,26), l’interista Massimo Moratti (3.371.026,25).

L’asso in pantaloncini corti e scarpe chiodate più pagato è lo juventino Alessandro Del Piero (13° nella classifica assoluta), che non ha risentito certo del «licenziamento », nel marzo 2000, come testimonial del Cepu. Fa un certo effetto, invece, vedere il brasiliano Ronaldo piazzato a un ottimo ventunesimo posto. Con il senno di poi, infatti, non si può non pensare che nel 2000 ha giocato solo 7 minuti di quella digraziata partita Lazio- Inter. Alle sue spalle, l’argentino Gabriel Omar Batistuta. Fuori dal podio, i tre italiani Christian Vieri, Paolo Maldini e Filippo Inzaghi. Quanto agli allenatori, spiccano lo juventino Marcello Lippi e il commissario tecnico della nazionale Giovanni Trapattoni (1.850.446,48 euro).

Ma non si vive di solo calcio. Nei primi posti della classifica ci sono tanti nomi noti come pure molte sorprese. Due su tutti: l’attore americano Leonardo Di Caprio, che ha passato un lungo periodo a Roma per girare Gangs of New York di Martin Scorsese (i soldi denunciati si riferiscono solo al cachet per quel film?), e l’imprenditore campano Giuseppe Talamo, che produce materiale per l’industria cinematografica. Ecco poi il re della similpelle, Enrico De Marco, e il piacentino Luciano Gobbi, direttore generale della Pirelli. Gobbi, insieme con Tronchetti Provera, l’amministratore delegato Carlo Buora e Giuseppe Morchio, è uno dei quattro uomini Pirelli ad avere beneficiato della famosa stock option made in Usa. Per il resto, tante conferme. Dall’importatore di auto Luigi Koelliker alla fitta schiera degli avvocati d’affari: i milanesi Sergio Erede e Ruggero Magnoni, il torinese Franzo Grande Stevens, i romani Francesco Gianni e Lucio Ghia.

Certo, ci sarebbe un’altra lista da fare: quella dei grandi assenti. Una lista che metterebbe dritto dritto il dito nella piaga della scarsa attendibilità e trasparenza del nostro sistema fiscale. Ma questo è un altro discorso. Una tentazione, però, è inevitabile. Prendi la classifica della rivista americana Forbes sui patrimoni personali e scopri che ci sono 13 italiani con una ricchezza superiore al miliardo di dollari. Poi guardi i tabulati delle denunce dei redditi, et voilà: fra i primi 500 contribuenti non figura nessun BenettonTanzi, Marcegaglia, Prada, Maramotti. Tutta gente che evidentemente è conosciuta più dagli analisti di Forbes che dagli ispettori del fisco.

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