AIUTO, C’E’ UN ARABO IN CARROZZA

Il posto libero che però non è disponibile, gli sguardi perplessi, l’ostilità trattenuta. Ma anche rispetto, gentilezza e generosità. Un cronista di «Panorama» ha registrato dal vivo le reazioni della gente verso i musulmani. Come? Fingendosi musulmano.

E’ una notte buia, triste, senza stelle. Piove, alla stazione ferroviaria di Messina.Nei finestrini del treno le gocce d’acqua sembrano fissate con la colla. Dentro,l’ambiente è caldo, la gente è seduta. Sembra l’atmosfera delle case di una volta, conla nonna e i nipotini accovacciati sul braciere di carbone al centro della stanza. Nel primo scompartimento sono in cinque, c’è un posto vuoto. Hamza chiede: «Libero posto?». La domanda è come una patata bollente, che passa di mano in mano, di sguardo in sguardo, smarrito. Nessuno risponde. Finalmente si alza un uomo. Ha i capelli bianchi, è un po’ stempiato, indossa un vestito grigio. «No, no, non lo so. Però a Villa San Giovanni si liberano alcuni posti nel vagone davanti». Hamza fa orecchie damercante, prova lo stesso a entrare. Ripete, questa volta senza punto di domanda:«Libero posto». Ma il capobranco sentenzia: «Pare di no»Hamza desiste e si allontana mestamente, dietro di lui l’uomo bofonchia: «Finalmente l’ha capito».

Hamza è il cronista di Panorama che per tre giorni e tre notti ha attraversato la Penisola in treno, da Palermo a Treviso, toccando Napoli, Roma, Firenze e Bologna. E’ bastata una tunica lunga fino alle caviglie, un copricapo islamico, il Corano tra le mani, per girare l’Italia nei panni di un musulmano. Esattamente come un anno fa, subito dopo lastrage delle Torri gemelle, quando Hamza aveva vissuto sulla propria pelle la grande paura che attanagliava gli italiani davanti agli attacchi e alle minacce di Osama Bin Laden.

Oggi, a distanza di 12 mesi, il panico non c’è più. Semmai c’è smarrimento,disagio, diffidenza, che si manifesta verso chi è portatore di una religione e di unacultura radicalmente diverse. Sabato 14 settembre. E’ l’alba quando Hamza e Alì, unventiduenne algerino, arrivano al mercato ortofrutticolo di Palermo. Per lavorare basta prendere in affitto un carrello e mettersi a girare all’interno dei capannoni inattesa di una chiamata. Ma l’inizio non è dei migliori. «No, il carrello non posso darvelo» dice Luigi, 43 anni, di Palermo, che affitta per 5 euro al giorno questimezzi di trasporto composti solo da un piano in acciaio e quattro ruote. E non c’è nulla da fare, il carrello non lo molla, almeno fino a quando Alì non chiama un suo amico che conosce il proprietario e che fa da garante. A quel punto Luigi si apre:«Avevo un po’ di timore perché vi vedevo per la prima volta» racconta l’uomo quando Hamza svela la sua vera identità. «Ma qui gli extracomunitari sono ben accolti, ancheperché è gente che lascia la famiglia per venire a guadagnarsi il pane, quindi devonocampare anche loro». Finalmente si va a lavorare. Hamza e Alì iniziano il loro girotra i viali dei depositi. Il traffico è intenso, ci sono africani, arabi e pochipalermitani. Tutti con il carrello vuoto e con le braccia disponibili. Nulla, per un’ora solo battutacce («Oh! Talia cu c’è   -guarda chi c’è-   Bin Laden») enient’altro. Quando le speranze sono al lumicino, Hamza e Alì incrociano un ragazzo o meglio un adolescente con la faccia da uomo. Nelle mani ha un grande panino. Tra un boccone e l’altro pronuncia solo tre parole: «Ati a carricari?». «Sì, vogliano caricare» rispondono i due. «Viniti ‘ccu mia, seguitemi». Le parole finiscono qua. Il suo dito indica una colonna di cassette d’uva. Dieci chili ciascuna, una mezz’orettadi lavoro per trasportarle fuori e sistemarle su un camioncino. Alla fine, il ragazzo tira fuori un euro, da dividere in due.

Sono passate da poco le 17 quando il treno per Messina parte dalla stazione di Palermo. La porta del primo scompartimento è chiusa.Le tendine sono abbassate. Hamza apre. Ecco due belle ragazze abbronzate. «Libero?».«No. Gli altri quattro posti sono prenotati, questa è una cabina riservata alle donne». Hamza fa finta di non capire, butta la sacca su un sedile e si siede proprio in mezzo. Le due sono attonite ma fanno finta di nulla. Tornano a Mantova dopo unavacanza a Lampedusa. «Un’isola bellissima, ma tutta la Sicilia è fantastica. E chi ne ha voglia di tornare indietro?». Hamza apre il Corano, gli occhi delle ragazzeconvergono sul libro. «Sì, ho sbirciato quello che leggeva, ero molto titubante» dirà Carla, infermiera, quando saprà chi è veramente Hamza. Il treno si ferma, siamo a Milazzo. Quattro donne piene di valigie si trascinano in corridoio. Una chiede: «Questo è il 101?». Hamza non risponde. «E’ il 101?». Hamza fa finta di non capire. Laspia della pazienza segna rosso. Il tono è più alto, l’accento è romagnolo: «Vuoi dirgli di uscire? E’ nostro quel posto là». Ancora silenzio, questa volta è troppo.«Questo qui non capisce un tubo. Ehi!» indica il posto con l’indice «questo è nostro». A capo chino, Hamza esce. Il viaggio da Villa San Giovanni a Salerno è un calvario. Durante la notte il treno accumula sette ore di ritardo. E’ domenica. Parte lacoincidenza per Napoli. Sono quasi le 11 quando inizia il festival delle suonerie deitelefonini. Drin, drin: «Pronto? Cosa? Nooo, no, no  Ma lasciala cuocere nel suo brodoMarilù, che gli faccio fare domani ai bambini? E’ il primo giorno   Sì. Eh? Ah?  Hocapito. Ciao, cia, cia, ci, c ». Siamo a Pompei. Il treno si svuota, fuori splende ilsole. Ecco Torre Annunziata. In una casa attaccata ai binari una donna prosperosa incamicia da notte bianca è alle prese con il battipanni e il tappeto. I colpi sonoforti, violenti. La stoffa fatica a contenere il seno. Chissà cosa sta pensando inquesto momento, chissà che storia si nasconde dietro quella finestra. Chissà

Alla stazione di Napoli, Hamza chiama un taxi. Diffidenza? Disagio? Imbarazzo? Enzo, ilconducente, rompe subito il ghiaccio: «Guagliò, nun è che tieni ‘na bomba? Uè scem(ragazzo, non è che hai una bomba? O scemo…, ndr). Si va verso piazza delPlebiscito. Enzo si veste da Cicerone: «Ecco, guardate, a Napoli ci stanno due maschi:io, e il Maschio Angioino». E’ una bellissima giornata di sole, fa caldo, in piazzadel Plebiscito si sente un mandolino in sottofondo. Il suono dolce, melodico,malinconico, di colpo è sovrastato da un grido più forte, rabbioso: «Siamo tutticlandestini». E’ il corteo degli extracomunitari, che protestano contro la leggesull’immigrazione. Hamza va con loro, in prima fila, a sorreggere lo striscione cherecita: «Non ci avrete mai come volete voi». Si sfila così, tra canti e balli al ritmodei tamburi africani. Davanti alla prefettura il coro è assordante: «Sanatoria,libertà». I napoletani osservano, ridono, il loro atteggiamento è accondiscendente.Mario, il proprietario di un bar del centro, non ha dubbi: «Qui tutti ci arrangiamo,mi arrangio io, ti arrangi tu. A Napoli c’è una strana solidarietà, che non è tanto afavore degli immigrati ma contro la legalità».

Si va di corsa a Roma, allo stadio Olimpico, dove alle 15 la Lazio esordisce in campionato contro il Chievo. All’ingressodella curva sud c’è la polizia. Hamza viene fermato e rivoltato come un calzino.Braccia in alto, l’agente si sofferma sul torace e le gambe. «Cosa c’è in tasca? Lesvuoti». Una volta dentro, Hamza si mette a vendere bibite e gelati con Ibrahim, unragazzo libanese. Tra un cornetto e una Coca-Cola, Ibrahim si racconta: «Sono iscritto al primo anno di medicina alla Sapienza. E’ stato difficile trovare casa. Quando dicevo che ero straniero mi rispondevano: ok, ti richiamiamo. Ma poi non richiamavanessuno». A fine partita, è il momento dei conti: il guadagno, da dividere in due, èdi una ventina di euro: il 16 per cento dell’incasso. L’Eurostar da Roma a Firenze èpieno. Hamza va in prima classe. E’ titubante, non ha il posto assegnato. Ma un uomo,dai modi gentili, lo invita a sedere nel posto accanto al suo. Si chiama Alfredo, ha50 anni, parla l’arabo e conosce l’Africa quasi come le sue tasche. Racconta unviaggio in Senegal: «Era la festa di Capodanno. Un gruppo di ragazzi ci ha invitatonel loro villaggio. Ci siamo immersi nella foresta, tutti a correre, al buio. Nonc’era nemmeno la luna e avevamo un po’ paura. Non si vedeva nulla, ma loro cidicevano: non dovete vedere con gli occhi, ma con il cuore. Gioia, timore, fiatone:un’emozione indimenticabile».

Ecco Firenze. Piazza della Signoria, il Duomo, PonteVecchio. L’atmosfera è romantica, ideale per gli innamorati. Dieci minuti dopo, Hamzarivela la sua vera identità a una splendida ragazza fiorentina e le chiede di recitarela parte della fidanzata per scoprire le reazioni della gente. Mano nella mano, comedue fidanzati, Hamza e Chiara si fermano davanti alle vetrine, si guardano, sisorridono con tenerezza e poi ripartono. Gli sguardi dei passanti sono tutti per loro,nei tavoli di piazza della Signoria sorrisini e commenti ironici si sprecano. Lunedìmattina Hamza arriva a Bologna. In piazza Maggiore, davanti alla basilica di SanPetronio, attira l’attenzione dei carabinieri. L’auto lo affianca, lo segue, riparte.La scena si ripete per ben tre volte in meno di dieci minuti. Hamza entra in chiesa,si sofferma per un po’ davanti al dipinto che raffigura Maometto all’inferno. Tuttofila liscio. All’uscita Hamza si siede ai tavoli di un bar. Ordina una granita dilimone. «Prego signore, 3 euro». Dello scontrino, nemmeno l’ombra. Nel tavolo accantoc’è un gruppo di persone. Hamza origlia: «Se uno viene qua, lavora e sta tranquillo,non c’è problema. Bisogna stare più attenti a quello che succede nei centri sociali,altro che con gli extracomunitari». Passano i minuti, lo scontrino non arriva più, Hamza va via. Via alla stazione, dove sale sul treno per Treviso. Qui incontra Giulia,27 anni, di Padova. Semplice, affabile, sorridente. All’apparenza è abituata alcontatto con gli islamici. Ma strada facendo si scioglie: «La verità? La loro presenza mi infastidisce e non mi vergogno a dirlo». Il rischio è di passare per razzista. «E chi se ne frega, alla fine razzista lo diventi, sotto molti aspetti. Un giorno andavo in stazione quando mi si è avvicinato uno e così, senza dir nulla, mi ha aperto unarivista porno sotto gli occhi. Cosa avevo fatto? L’avevo forse provocato? Stavo solo andando per la mia strada. Dico la verità: se avessi l’opportunità, andrei a vivere altrove».

Perché non a Treviso, dove trovare una casa, per un extracomunitario, è come vincere al gioco del lotto? Nella prima agenzia Hamza entra in compagnia di un ragazzo africano, che chiede una casa piccola. Premessa, la bacheca è piena di annunci.Risposta: «Sì, ecco, sì, una casa che fa per lei c’è. Ma è molto cara. L’affitto è di1.300 euro, più altri 300 al mese per le spese». Una mazzata. Ma Hamza ci riprova,trova un ragazzo tunisino e va in un’altra agenzia che tratta solo affitti. Gliannunci in vetrina sono a bizzeffe. «Qualcosa per voi ce l’ho, ma ci vuole uncontratto di lavoro». Hamza dice di averlo, a tempo determinato. «No, mi dispiace,senza un contratto a tempo indeterminato è veramente difficile». Pazienza. Più tardi,in un’altra agenzia, l’impiegata confessa: «Noi facciamo solo da tramite, sono iproprietari che ci impongono di non affittare agli extracomunitari. E cosa volete chefacciano quando poi dentro ci va gente che sfascia la casa e al momento dello sfrattonon se ne vuole andare?». Hamza desiste. Esce, è stanco, deluso, ha fame. Si ferma amangiare in una pizzeria che si chiama L’atomica. Nel tavolo accanto c’è un gruppo diamiconi. Paolo, Roberto, Giorgio e Romeo, guardano Hamza e gli dicono: «Vien qua checo na ombra de proseco te te tiri su».

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