SOGNARE COSTA 700 EURO

C’è la madre che ha rinunciato a frigo e tv per imbarcare i figli. O Samir, che hafirmato cambiali per comprare un motorino vendendolo il giorno dopo l’acquisto.Viaggio nei sobborghi e nei porti della Tunisia tra chi spera, chi è disperato e chibaratta la speranza.

E’ semplicemente il curdo. Niente nome, poche parole. Per lui parla l’amico tunisino,Mustafà, che lo segue come un’ombra. Il curdo ha i capelli arruffati, la barbaincolta da settimane. Indossa sempre una maglietta verde, pantaloni grigi e sandali.In tasca ha mille dinari, poco più di 700 euro, e un obiettivo preciso: Lampedusa.Sotto le mentite spoglie del curdo si nasconde il giornalista di Panorama, che hafatto un giro per la Tunisia per conoscere il traffico illegale dei clandestini. Per toccare con mano la «merce», per capire perché un uomo decide di andare incontroalla morte. Ma anche per scoprire chi sono i mercanti, come e dove adescano le prede.Per cercare, in fin dei conti, di disegnare la rete che gestisce la tratta degliesseri umani. Nessuna foto scattata dall’alto, sia chiaro, nessuna ricostruzione atavolino. Solo un viaggio che parte dal basso, dai quartieri cenciosi, dalle casediroccate, dalle donne che hanno venduto il frigo e la televisione per mettere i figli su un barcone. Bruciare: questa è la parola chiave.

La traversata del Canale di Sicilia da clandestino in gergo si dice «bruciata». Forse perché un minuto prima disalire sul barcone ti viene rubato il passaporto. E con questo la tua identità. Forse perché nel momento in cui salti dal molo alla carretta tutto il tuo passato va in fumo. I tuoi genitori, gli amici, quei vicoli che a pensarci adesso non erano poi così lerci. Stai bruciando, non puoi più girarti, chiudi gli occhi, davanti a te presto apparirà Lampedusa. Quell’isola è un miraggio.

Lotfi ha 40 anni, vive aTunisi, nel cuore del quartiere Cité Helal: un’accozzaglia di case abusive in cui la gente campa di espedienti. Agli angoli della strada non c’è alcun poliziotto, comeinvece accade nel centro citt…. Anzi, qui la Guardia repubblicana non mette piede.Se c’è da fare qualche intervento, arriva l’esercito. I vicoli sono larghi poco pi- diun metro. E’ qui che è cresciuto Lotfi, in una famiglia di 13 figli, cinque maschi eotto femmine. In una casa con due stanze e un bagno. I ragazzi con il padre dormivanoda una parte, le donne con la madre dall’altra. Lotfi parla del fratello: «Samir, a 16 anni, lavorava nell’alluminio. Ma il padrone lo ha licenziato e lui è finito su unpeschereccio». I soldi per partire?«Ha comprato un motorino di mille dinari a rate firmando cambiali. Il giorno dopo lo ha rivenduto per 700 euro ed è partito. Da Lampedusa è arrivato a Milano, dove ha conosciuto un’italiana, si sono sposati e hanno avuto un figlio. Ma mio fratello faceva il trafficante di droga. E dopo il matrimonio ha continuato a farlo fino a quando, tre anni fa, è stato preso dalla polizia. Adesso è rinchiuso nel carcere di Monza. Deve scontare 8 anni». Intanto, la moglie Radia offre al curdo un pacchetto, con tanto di carta colorata e fiocco rosso: «E’ un pensiero umile. Ma una persona che entra per la prima volta in casa nostra non puòuscire a mani vuote».

Il figlio piccolo, Elmi, 6 anni, spegne il televisore,sintonizzato su Raiuno. Il 26 luglio per lui arriverà il grande momento: la circoncisione. Gli verrà tolto il prepuzio e uscirà il glande: ci sarà una grande festa. Ma Elmi, a dispetto del suo fisico gracilino, è già un ometto: «Se non fosse per mio padre non potrei andare a scuola e non avrei da vestirmi. Devo tuttoa lui». E mentre l’uomo parla del suo lavoro di idraulico, dello stipendio di 270dinari al mese con una casa in affitto di 150 dinari, e dei lavoretti che fa in nero,Elmi spalanca gli occhioni neri, che risaltano nel suo viso diafano, e dice: «L’importante è guadagnarsi il proprio pane». Intanto, il tam tam inizia a darebuoni frutti. Mustaf… fa di tutto perché si sappia in giro: un mio amico vuolebruciare, ha con sé i soldi. E così, da un intermediario all’altro, arriva il primocontatto telefonico con l’uomo che a Tunisi gestisce la tratta. Si chiama Nureddine,ha 53 anni, dicono abbia la faccia pulita e all’apparenza sembra un uomo perbene.Invece è la punta di un’organizzazione piramidale che traffica in esseri umani.L’appuntamento con Nureddine è fissato in una piazza del centro, ma lui non si favivo: «Non mi fido. Chi mi dice che non siete della polizia? Lasciatemi stare». Unospiraglio c’è. Il giorno dopo, sabato 21 giugno, è prevista una bruciata. Il programmaè gi… stato pianificato in un incontro preliminare di 48 ore prima al bar Mehrez BenAli, nel quartiere Bab Jedid. L’appuntamento è fissato per le 17 nel bar all’internodella grande stazione dei taxi di Moncef Bey. Qui i candidati si siedono nei tavoli agruppi di cinque. Nessuno apre bocca. A un certo punto scatta un cenno con gli occhi evia, si parte.

Duecento chilometri e passa di strada, con un tratto finale a piedi tragli uliveti fino al porto di Sfax. Prima di salire sui barconi si paga il biglietto:da 800 a mille dinari. Alle 20.45 in punto salpa il carico. Chi parte può portare consé solo 50 euro, infilati in una busta di plastica. Basta, nulla pi-. Anche Mustaf…e il curdo sono della partita. Girando tra polvere, galline e tossicodipendenti, nelquartiere Bab Jedid, si sono imbattuti in Slah, un veterano delle bruciate. L’uomocontatta un paio di intermediari e riesce a ottenere la promessa che, una volta alporto, anche il curdo potr… partire. Lui, che ha gi… bruciato tre volte e checonta di rifarlo, questa volta non ne vuole proprio sapere: «In questo momento ètroppo pericoloso, ho moglie e tre figli». E’ ancora fresca la notizia del naufragiosulle coste tunisine e dei 250 dispersi. Una notizia liquidata dal primo quotidianotunisino, La Presse, con un piccolo riquadro in prima pagina dal titolo: «Operazionedi ricerche e di soccorsi della guardia marittima». Il sole picchia ancora fortequando, nel pomeriggio di sabato, Mustaf…, Slah e il curdo partono in macchina perSfax. La tensione è tanta. La determinazione del curdo a bruciare vacilla sotto icolpi del racconto di Slah. La sua prima traversata risale al ’98. «Eravamo in 68.Siamo partiti alle 20.45 da Sfax e all’una di notte siamo arrivati a Lampedusa. Scesidalla barca abbiamo camminato a piedi per ore fino a quando, all’alba, ci haintercettato un elicottero della polizia. Siamo stati rimpatriati, in nave. Ci stavano portando in Marocco perché avevamo detto di essere tutti marocchini. Le altre due volte è andata peggio. Non siamo riusciti neppure a toccare Lampedusa. Tanti soldi buttati via».

Rosa e bianco, il colore degli oleandri ai bordi dell’asfalto cheaccompagnano i tre nel viaggio verso Sfax. L’autostrada è molto animata. Di tanto intanto c’è chi attraversa a piedi, chi fa l’autostop, chi pascola le pecore ai bordidella carreggiata o chi vende conigli. Il pensiero è sempre pi- fisso: la morte. Slahlo sa bene:«Parli del viaggio che stai per fare, della speranza di una vitamigliore. Ma davanti a te c’è sempre la morte. Parti con il 90 per cento diprobabilit… di finire in mare, il resto è tutto guadagnato». Gli oleandri adessosono solo rossi. Che fine hanno fatto quelli bianchi? C’è una puzza tremenda, al portodi Sfax. Viene da vomitare. C’è immondizia, i topi sembrano conigli. Cala la notte, di clandestini e barconi nemmeno l’ombra. Tutto annullato all’ultimo minuto: la guardiamarittima sta cercando i corpi dei dispersi, la costa è troppo controllata. Il bossdel posto si chiama Aharbet, è lui che gestisce il traffico. Il mattino dopo, peravvicinare il gran capo i tre si fingono importatori di pesce. Due tizi si avvicinano:«Sappiamo chi state cercando. Chiamatelo a questo numero». C’è uno strano movimentoattorno. Mustafà suda freddo, il curdo ha paura. I tre si mettono in macchina evanno via. Una vecchia Renault 5 rossa li segue.

L’incontro con Aharbet avviene in unastrada semideserta. Sembra una lince: faccia scura, capelli e baffi neri, cicatricidappertutto, occhi verdi. Ha lavorato per cinque anni in Italia, tra i ristorantidella Costiera Amalfitana. E’ appena uscito dal carcere: stupefacenti. A meno di duemetri ci sono tre uomini, i suoi giannizzeri. Assicura che in questi giorni non si parte: «C’è troppa sorveglianza, si parte la prossima settimana. Lasciatemi ilnumero di telefono, ci sentiremo al momento giusto». Da Sfax i tre proseguono a nordverso Jebeniana, piccolo centro di pesca. La strada si tuffa su una distesa sterminatadi uliveti. Una macchina che va nella direzione opposta accende e spegne i fari.Mustaf… rallenta. Cento metri dopo c’è un posto di blocco della polizia. Si passa.Adesso è Mustaf… ad azionare i fari. Gli automobilisti ringraziano con un cennodella mano. A Jebeniana l’uomo da avvicinare si chiama Mansur. Il contatto riesce:«Chiamate domani e vi dico quando». Controlli? «Partiamo quando vogliamo, non ciferma nessuno». Si prosegue verso nord, a Madhia. Il pranzo in un chiosco sulla costaè il modo migliore per introdursi. Dopo la rituale salsina piccante, la harissa,scatta la domanda. L’uomo sgrana gli occhi: «Avete mangiato acqua e sale in casa mia, quindi siete come dei figli. Vi consiglio di tenere la bocca chiusa e di non parlare con nessuno. Qui è zeppo di poliziotti in borghese. Fate attenzione».L’argomento sembra proprio tabù. Sulla banchina del porto, un ragazzo reagisce guardandosi attorno: «No, no, fratello mio. Non mi parlare di queste cose»

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