IO, SCHIAVO IN ITALIA – I VIDEO DELL’INCHIESTA

io, schiavo in ItaliaCinque ore a scaricare cassette valgono meno di 4 euro. Un’ora nelle serre ne vale 5. E poi la fatica, il caldo, gli alloggi improvvisati. Un cronista di Panorama si è finto marocchino, curdo, e ha vestito i panni di un missionario per raccontare l’inferno del lavoro nero. Ed ecco il resoconto delle sue giornate tra vessazioni, insulti e paura.

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Sono da poco passate le 11 di una torrida sera di fine estate. Lascio Marzamemi, il piccolo borgo marinaro a due passi da Portopalo, estremo sud della Sicilia, e mi infilo verso l’interno dell’isola, alla volta di Pachino. Mi metto alle spalle il lungomare, la gente, le luci delle barche, la vita. Tutto dietro, sempre più evanescente. Davanti a me c’è solo buio, il nero di una campagna che mi risucchia nella profondità del suo ventre con il favore delle tenebre. L’appuntamento con i miei nuovi compagni di lavoro, che qui chiamano marocchini anche se vengono dalla Tunisia, dallo Sri Lanka o dall’Africa nera, è per mezzanotte. Controllo la zappa, comprata qualche ora prima. Mi sputo sulle mani. Le sfrego, le passo sul bastone di legno: era fin troppo nuovo. Ci strofino sopra un po’ di terra. Sono pronto per la mia prima notte tra le serre. Si inizia all’una e si finisce alle 8 del mattino. Ho vissuto 20 giorni così, nei panni di uno schiavo, risucchiato e sfruttato al mercato delle braccia che ogni giorno offre lavoro ai clandestini. Proprio nelle settimane successive all’entrata in vigore del pacchetto sicurezza, che ha inasprito le pene per gli immigrati irregolari e per chi affitta loro le case, ho gironzolato tra la Sicilia e la Puglia insieme alla gente di nessuno. A Pachino mi sono spacciato per maghrebino, ho trovato da lavorare per 5 euro l’ora. Ma in piena notte qualcosa è andato storto. Ho avuto paura. Poi a Palermo, nel mercato ortofrutticolo, dove ho caricato e scaricato casse per aprire una mano e trovarci 50 centesimi, 1 euro, poco più. E via a Salemi, a raccogliere 40 quintali di meloni sempre a 5 euro l’ora. Infine Foggia, in Puglia, dove fingendomi missionario scalabriniano sono entrato nel gruppo di africani guidati da una «caponera» del Madagascar. Da un ghetto all’altro, fra baracche di cartone ricoperte di nylon tenute su dallo spago per imballaggi.

Ho dormito all’aperto e mangiato cuscus. Ho avuto la diarrea. Sono finito in un campo di pomodori sotto il solleone: 3 euro l’ora.

Gli zombie nella notte di Pachino
La prima tappa è un negozio di abbigliamento gestito da cinesi. Faccio shopping: due paia di pantaloni, magliette, camicia, scarpe e borsone. Totale: 50 euro. L’alba del giorno successivo mi raggiunge nella piazza principale di Canicattì. Sono lì dalle 5, col buio. Mi siedo sul marciapiede, tra gli extracomunitari in fila. Mi sento una prostituta che invece del cliente aspetta il suo padrone. Poco prima delle 6 inizia il viavai. Sono gli agricoltori, i coltivatori, i muratori, i piccoli e grandi proprietari terrieri: passano con l’auto o il furgone, guardano la merce ai bordi della strada, i muscoli, le braccia, la faccia, caricano e partono. Il mercato della manodopera si chiude più o meno alle 7. Nessuno mi ha scelto.

Non mi rimane che aspettare il mattino successivo. Le ore davanti a me sono lunghissime, interminabili. Il giorno dopo sono a Vittoria, nel Ragusano.
Stesse dinamiche, stesso copione, identico risultato. Il reclutamento degli operai alla giornata si è fatto più guardingo. Se non ti conoscono non ti prendono. Ogni gruppo etnico ha un suo punto di riferimento, un caporale. O c’è qualcuno che garantisce per te o hai pochissime possibilità. Devo cambiare strategia. Vado a trovare Reda, a Pachino. E’ marocchino, ha il permesso di soggiorno e dopo tanti anni talvolta lo mettono pure in regola.

Ma non è contento, dice che lavora 8 ore e guadagna 40 euro. «E che ci faccio io con 40 euro?». Gli unici soldi che riesce a mandare al suo paese sono quelli della disoccupazione e gli assegni familiari. Reda è arrabbiato, ce l’ha con i padroni italiani che prendono solo clandestini. Casa sua è piena di connazionali, alcuni irregolari. Uno mi offre aiuto: mi porterà con lui la notte stessa a lavorare nelle serre. Questa è nuova: di notte? Perché la notte? Perché i grandi teli di plastica durante il giorno scottano e non si possono toccare. Reda dice che queste sono tutte «minchiate»: la verità è che il buio nasconde ogni cosa. E’ mezzanotte ed eccomi all’appuntamento con il compagno di fatica. Passano dieci minuti, non arriva. Lo chiamo, il telefono squilla, non risponde. E’ sparito. Nel primo pomeriggio vado ancora a casa del mio amico. E’ con altre quattro persone attorno a un tavolo. Sono tutti a petto nudo. Bevono acqua da grandi tazze di ceramica e mangiano pesce con le mani. Mi unisco. E il Ramadan? Sorridono: quando fa così caldo e lavori tanto devi fare qualche compromesso.

Reda mi presenta Haidi. Mi porterà con lui la notte stessa. E’ tunisino, parla due tre parole in dialetto. Comunichiamo a gesti. Mi fa capire di non aprire bocca se proprio non necessario e di fare tutto quello che fa lui.

Quella è gente che non scherza. Ci mettiamo in macchina alle 21. Guido per una quarantina di minuti nella campagna deserta, seguendo le sue indicazioni fra strade strette e non asfaltate. Parcheggiamo, continuiamo a piedi. Non si sentono cani che abbaiano, non si vedono luci, nulla di nulla. Troviamo due uomini in piedi davanti a una macchina con i fari accesi. Haidi si fa riconoscere, indica nella mia direzione. Tutto a posto. Ci uniamo ad altri extracomunitari. Siamo una decina, il nostro compito è semplice quanto faticoso: zappare. Alle due estremità delle serre ci sono quattro uomini con una torcia in mano. Sono come racchette da ping pong. Ti rimbalzano da una parte all’altra, quando rallenti imprecano in dialetto, minacciano di non segnarti l’ora, di cacciarti. Il cielo è stellato, la luna nascosta. Siamo sagome, non riusciamo a distinguere le nostre facce a distanza di un metro.

Siamo zombie, morti viventi che si alzano la notte e vagano con le zappe per la campagna. Non vedi dove metti i piedi: zolle, pietre, buche. Ondeggi. Le gambe diventano molli. Cadi, ti rialzi, riprendi. Sono passate tre, quattro ore, chissà. Uno dei giocatori di ping pong mi punta la torcia negli occhi.

Vuole sapere chi sono e quando sono arrivato. Faccio finta di non capire.
Haidi viene in soccorso. Dice che sono con lui e che siamo lì dalle 10. La situazione sembra calmarsi. Le mie gambe non smettono di tremare.

Riprendiamo a zappare. Mi sento sotto esame, corro come e più degli altri, cerco di non lasciar trasparire la fatica. A un tratto si vedono in lontananza due fuoristrada che sfrecciano nella campagna. Vengono verso di noi come cani rabbiosi che aggrediscono il gregge, lo trascinano in campo aperto, lo circondano. I loro fari abbaiano. Loro stessi abbaiano. Un tizio grande e grosso urla: «Qua c’è qualcosa che non quadra, qualcuno sta provando a fare il furbo». Me ne sto nelle retrovie, occhi bassi. Il cuore mi batte forte. Viene verso di me: «Tu chi sei? Con chi sei venuto, che ci fai qui?». Gli indico Haidi. Il tunisino conferma. Il gigante continua a urlare: «Guardatevi in faccia l’uno con l’altro. Se vedete qualcosa che non va, meglio parlare subito o stanotte finisce male». Poi monta sul fuoristrada e sgomma via. Un mio compagno di sventura mi viene vicino. Mi consiglia di scappare prima che sia troppo tardi. Guardo Haidi. Muove la testa all’ingiù. Ci spostiamo all’indietro e poi prendiamo a correre. Non si vede nulla, sprofondo con i piedi nel terreno, cado, mi rialzo e corro.

Cerchiamo di raggiungere la macchina, ma ci troviamo attaccato il fuoristrada di prima. «Dove pensate di andare?» mi urla il gigante. Gli dico che mi hanno cacciato. «Chi?». Quello con la torcia. «E perché?».

Incomincio a urlare in modo angosciato. In uno strettissimo dialetto siciliano tiro fuori rabbia, avvilimento e paura. Dico che sono arrivato lì alle 10, che sono disperato, che ho bisogno di guadagnare perché sono senza lavoro e ho due figli che devono mangiare. E che non si tratta così la gente che dà il sangue per loro. Non so quanto vado avanti. So solo che alla fine il grassone mi guarda e sta zitto. Io penso: adesso mi ammazza e mi seppellisce nella terra sotto i suoi piedi. Invece mi dice che mi crede, che non mi devo preoccupare e che posso tornare a lavorare. Non ci capisco più nulla. Che succederà quando il tizio con la torcia gli dirà che non mi ha cacciato ma sono scappato? Mentre mi incammino sento bisbigliare alle mie spalle. Capto due parole: «dentro» e «giornalista». Devo scappare, prima che sia troppo tardi. Dico che sto male, che mi sento mancare, che mi sento svenire, dico di tutto mentre mi metto in macchina e parto a razzo. Non è ancora finita, purtroppo. Quando accendo il telefono mi chiama Reda. Sono le 4. Sa tutto, ha sentito Haidi. Anche lui è scappato, prima che lo costringessero a parlare. Alla fine lo recuperiamo dietro una siepe grazie al telefonino.

I facchini tra la frutta di Palermo
Incontro Achim alle 3 e mezzo del mattino davanti alla Stazione centrale di Palermo. Andiamo insieme al mercato ortofrutticolo, sotto Monte Pellegrino. Di fronte all’ingresso ci sono dei magazzini che affittano lo strumento di lavoro: il carrello. Ovvero una piattaforma di acciaio di 1 metro per 2 sopra quattro ruote all’altezza del ginocchio trainata da un’asta. Il noleggio costa 3-4 euro. Nessun documento, te lo danno se ti conoscono o se qualcuno ti presenta e dice che sei a posto. Achim garantisce per me. Ci tuffiamo dentro. Io sono una sorta di facchino, come almeno un centinaio di africani e maghrebini, la maggior parte clandestini. Achim mi dice che la prima volta non è facile, la gente deve farci l’abitudine con la tua faccia. Qualcuno mi urla: «Vieni qua! Trentatré casse di pomodori, veloce però!». E’ un uomo basso, ha la pancia e la camicia con gli ultimi bottoni in giù aperti. Da questo momento è il padrone. Il grossista mi indica la colonna di casse. Una alla volta le metto sul carrello. «Ma che minchia stai facendo!» ringhia il padrone. «Ti avevo detto questi, non questi!». Non è vero, ma dico scusa, ho sbagliato e ricomincio da capo. Mi guarda in cagnesco, poi prende a camminare e io gli vado dietro a distanza di un metro trainando la colonna di pomodori sul carrello. Carico tutto su un camioncino. Apro la mano, lui ci mette una moneta. Sul momento non guardo, ringrazio e basta. Un euro. Per un po’ di ore va avanti così, tra africani presi a calci perché hanno sbagliato a contare le casse e padroni che fanno la voce grossa e che alla fine ti pagano 50 centesimi, al massimo 2 euro. Alle 9.30 usciamo dal mercato per andare a riconsegnare il carrello. Il bilancio di giornata è di 4 euro.

Achim ha fatto meglio: 6 euro. Nei campi di meloni a Salemi Arrivo in serata a Salemi. Sono nella città del sindaco Vittorio Sgarbi che vende case a 1 euro, fra vigneti e uliveti della meravigliosa Valle del Belice. Mi inerpico tra le viuzze strette del centro storico chiedendo della mensa della Caritas. Mi accoglie Alberto, un uomo di una quarantina d’anni che dopo avere chiuso bottega al pomeriggio va a fare volontariato nel centro gestito da don Fiorino. Faccio la doccia, mi cambio e alle 18 mangio pasta ai peperoni tra una trentina di extracomunitari. Conosco Khaled, un immigrato clandestino che vive lì da otto anni e che ancora aspetta qualcuno che lo metta in regola. Dico che sono curdo, che sono in Italia da tanti anni, al Nord. Ho bisogno di guadagnare per fare il biglietto e tornare su.

Ci diamo appuntamento per la mattina dopo alle 6. Khaled parlotta con un vecchietto sceso da una Fiat Uno. E’ fatta. Lo ringrazio, andiamo a raccogliere meloni. L’uomo non mi chiede nemmeno il nome. Arriviamo in campagna, monta sul trattore e passa in mezzo a due file di meloni adagiati sul terreno. Io e Khaled ci pieghiamo, ne prendiamo due alla volta e li mettiamo sul cassone. A velocità pazzesca, come fosse una catena di montaggio. Poi scarichiamo tutto su un camion. Andiamo avanti per tutta la mattinata. Il sole l’avevamo in faccia, ora è dritto sopra le nostre teste.

Finiamo intorno alle 12 e mezzo. Portiamo il camion in un centro di ammasso del grano per la pesatura: 40 quintali. Il vecchio ci riporta in piazza e ci dà i soldi: 25 euro per 5 ore di lavoro. Nel ghetto di Foggia La mattina dopo mi sveglio in Puglia, a Foggia, nella comunità di recupero per tossicodipendenti Emmaus. Conosco padre Arcangelo, missionario che gira le campagne per assistere i migranti. Mi regala una sua vecchia croce, prendo un pezzo di spago e me la lego al collo. Poi lo seguo alla ricerca di un lavoro tra masserie fatiscenti dove vivono centinaia di africani.

Dico che sono un pellegrino e che ho fatto un voto: arrivare a Padova da Sant’Antonio vivendo di quel poco che guadagno. Un pezzetto alla volta, appena ho i soldi per il biglietto riprendo il cammino. In pochi giorni conosco tantissimi africani. In un posto che chiamano «il ghetto», sotto la collina di Rignano, ce ne sono diverse centinaia, forse un migliaio, la maggior parte irregolari. Vivono tra baracche di cartone o di legno, senza elettricità. L’acqua potabile c’è da poco, da quando Medici senza frontiere ha sistemato grosse cisterne in mezzo al campo. Ci sono donne che lavano i panni in due bacinelle, una col sapone e l’altra no. Uomini che giocano a dama con i tappetti di plastica dell’acqua minerale. Altri che pregano in una moschea disegnata a terra con le pietre. Qualcuno pensa alla cena.

Acchiappa una gallina, la immobilizza a terra con i piedi, le toglie tre piume dal collo e la sgozza con un coltello. Il sangue zampilla. L’animale si irrigidisce dopo avere saltato qua e là come le palline pazze di una volta. Mi fermo a cena davanti a una delle baracche. Una donna prepara cuscus al pollo con un fornello attaccato direttamente alla bombola. Gli uomini sono disperati. Se non piove non c’è bisogno di loro, lavorano le macchine. In ogni masseria dove arrivo la scena di benvenuto è quasi sempre la stessa: panni sporchi stesi su cordoni appesi ai muri, montagne di scarpe sotto e galline qua e là. Incontro Eva, una donna del Senegal di una quarantina d’anni che è diventata «caponera», la nuova figura del caporale, e gestisce una trentina di lavoratori che vivono da lei. Mi prende nella sua squadra. Una sera chiama Arcangelo e gli dice che tocca a me. Arrivo sul tardi, è buio. Lo spiazzo della masseria è pieno di gente che dorme all’aperto sotto le coperte. Mi ritaglio un angolino. Il risveglio è uno spettacolo di spazzolini. Vivono in condizioni estreme ma non tralasciano l’igiene della bocca. Eva mi accompagna al lavoro con altri tre ragazzi.
Iniziamo a faticare alle 7. Andiamo avanti tutta la mattinata a ritmi proibitivi. Quando il sole si alza in cielo l’acqua è già finita. Sento in me la fatica e la spossatezza dei due giorni precedenti in cui non ho quasi toccato cibo e ho avuto la diarrea. L’ultima ora prima della pausa dell’una mi trascino e prego Gesù di mandare una nuvola a nascondere il sole anche per pochi minuti. Penso che se dovessi svenire scoprirebbero tutti quei fili e quei maledetti marchingegni della telecamera nascosta che ho appiccicati addosso. Non posso trovare autogiustificazione migliore. Getto la spugna, chiamo Eva. Mi manda a prendere con una macchina dove c’è il mio sostituto. Poi mi dà i soldi: 17 euro. Ho lavorato quasi sei ore. Dopo 20 giorni passati così, finalmente mi sveglio nel letto di casa mia. Ho dormito a lungo. Mi alzo, guardo l’orologio: sono le 10. Gli schiavi d’Italia sono al lavoro già da quattro ore

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3 risposte a IO, SCHIAVO IN ITALIA – I VIDEO DELL’INCHIESTA

  1. viola scrive:

    l’avevo letta tempo fa… ma ogni volta mi impressiona… questo è mestiere.

  2. luigi predeval scrive:

    BRAVO CARMELO,
    molto bella la descrizione della situazione che fa pero riflettere su questa realtà che è una vergongna nell’italia del 2012

  3. Greg Ivanov scrive:

    Carmelo! Vi auguro forza e coraggio. Hai forte prurito. E non hai mai, non abbiate paura. Abbracci,
    Gregorio, giornalista, Milano

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