Io, falso medico: l’inchiesta e il video shock sulla malasanità

In sala operatoria senza mascherine né guanti

In sala operatoria senza mascherine né guanti

Ho indossato un camice bianco, un paio di zoccoli verdi e sono entrato negli ospedali. Mi sono attaccato al petto un cartellino con un nome fasullo: dottor Valerio Trimarchi, dell’inesistente associazione Orchidea bianca onlus. Ho assunto le vesti di un volontario, laureato in medicina in procinto di fare la specializzazione. È bastato per spalancarmi le porte di reparti, pronto soccorso, sale operatorie.

Trattato come un medico da pazienti, inservienti, infermieri, colleghi. Questi ultimi mi hanno accolto nei loro camerini, mi hanno assegnato l’armadietto e gli indumenti da lavoro. Sono entrato a contatto diretto con i malati, ho fatto il giro di visite del mattino e ho preso parte (ma non ho preso i ferri in mano, tranquilli) a interventi chirurgici.

Gli ospedali al centro di questa inchiesta sono quattro: a Catanzaro, Napoli, Isernia e Venafro, in provincia di Isernia. Nel corso dell’indagine (tutta documentata da una telecamera nascosta) ho visto barboni che mangiano e dormono a pochi metri dai malati, zingare che passano fra i letti a chiedere l’elemosina, cinesi che entrano nei reparti per vendere ai bambini giocattoli privi di ogni standard di sicurezza.

Poi medici e infermieri che fumano, alcuni perfino dentro i blocchi operatori. Ho seriamente rischiato di togliere dei punti di sutura dalla testa di una donna. Soprattutto, ho visto da vicino come il personale sanitario si comporta a volte nei nostri ospedali. Come vengono ignorate le più basilari regole di comportamento e di igiene, la cui inosservanza provoca ogni anno circa 500 mila infezioni e più di 5 mila morti. Pazienti che erano andati a curarsi per altre cause.

Qui il video girato con la telecamera nascosta.

http://blog.panorama.it/media/video/pano/ospedali-inchiesta-panorama.flv

Catanzaro
Sono le 7 di martedì 29 settembre, Ospedale Pugliese di Catanzaro. Per un’ora faccio su e giù con gli ascensori. Le norme prescrivono che la biancheria pulita segua un percorso diverso da quella sporca. I rifiuti ospedalieri, organici, non devono transitare negli stessi ascensori utilizzati da medici, pazienti o per il cibo. A Catanzaro non funziona così. Passa tutto per lo stesso montacarichi. Ci sono dentro quando si apre la porta. Un operaio: “Dottò, sta scendendo?”. Rispondo di sì e lui spinge all’interno il carrello con un bel po’ di bidoni gialli messi uno sopra l’altro fino al soffitto. Ci stringiamo nel poco spazio disponibile. Li abbiamo addosso. Nell’etichetta esterna c’è scritto: “Rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo“.

Dentro possono esserci garze imbevute di sangue, siringhe, residui di interventi chirurgici, anche materiale radioattivo utilizzato nella medicina nucleare. La porta dell’ascensore si apre, pochi minuti dopo sono sempre lì con il carrello del cibo.
Alle 8 e mezzo eccomi in pediatria. Entro nella saletta dei medici. Ce ne sono tre, più due infermiere. Mi presento: sono il dottor Trimarchi dell’associazione Orchidea bianca onlus. Dico tutto velocemente, come fosse la più famosa organizzazione sanitaria italiana, nella speranza di far scattare il tipico meccanismo per cui non chiedi ulteriori informazioni per paura di passare per deficiente davanti agli altri. È andata. Spiego che mi sono appena laureato e che la nostra struttura ci manda a fare degli stage in giro per gli ospedali. Vorrei stare un giorno con loro per vedere come lavorano. Non c’è problema, nessuno chiede una lettera di incarico, un documento, una preventiva richiesta alla direzione generale. Nulla. Mi accettano sulla parola.

Da questo momento parte quel processo che poi si ripeterà in alcuni dei centri successivi: basta farsi vedere in giro con un infermiere o un medico perché tutti gli altri ti considerino uno di loro, un nuovo arrivato. Ogni minuto che passa, ogni gesto è un tassello che va ad arricchire la tua tracciabilità. Fino a non riuscire più a risalire al momento originario. Ovvero, come sei entrato lì. Chi ti ha mandato. Chi ti ha aperto le porte per primo.

Sono a tutti gli effetti il dottor Trimarchi. Il primo a darmene atto è l’imbianchino che dipinge i muri del corridoio. Mi saluta con una certa deferenza. La puzza della vernice si sente, eccome. Le infermiere mi accolgono nella loro saletta. Una mi prepara il caffè. Poi mi offre una sigaretta. Lei accende e apre la finestra. Mi infilo nella camera dei medici. Anche qui si fuma.

Dopo mezz’ora il battaglione muove alla volta delle camere dei bambini per il consueto giro mattutino delle visite. Alla testa c’è il medico più esperto. Camice aperto, mani in tasca o a giocare con le chiavi, passa da un letto all’altro dispensando affettuosi buffetti e barzellette. Le visite avvengono tutte senza guanti e senza un minimo di privacy, ogni comunicazione è a partecipazione collettiva.

Prima mi sono informato sulle diagnosi dei malati: c’è chi ha un’infezione generalizzata, chi da morso di zecca, chi ha la mononucleosi, l’epatite. In una stanza ci sono tre letti: due adolescenti e un bambino. Dopo aver toccato le ragazze il medico infila la mano dentro la bocca del piccoletto. Ma non vede bene. Allora afferra la tapparella, la tira su. Poi fa alzare il bambino, lo mette a favore di luce e gli rificca la stessa mano in bocca. Un altro bambino ha delle strane macchie sul corpo. Dietro un orecchio la pelle è aperta. Il medico ci passa le mani, poi invita l’assistente ad avvicinarsi. Tocca pure lei. Senza guanti. L’équipe si consulta. Non si riesce a capire a cosa siano dovute. Le gambe sono piene. Uno butta lì l’ipotesi tubercolosi, un altro epatite.

Durante una visita, il medico mi coinvolge: “Lei che ne pensa, dottor Trimarchi?”. Sono con le spalle al muro, non so cosa fare. Ripete la domanda, vuole sapere se in presenza di quei valori la diagnosi è corretta. Rispondo che non lo so, non è quella la mia specializzazione. “E in che cosa siete specializzato voi, dottore?”. Già, bella domanda. In sociologia, in sociologia medica, ecco. Dico così e subito mi do del deficiente. Ma che c’entra la sociol…? “Bene!” esclama il medico. “Ho giusto un caso di cui vi potete occupare allora”. Sono pronto. “Una bambina alla quale abbiamo scoperto il diabete. Ma la mamma, che è qui con lei, è analfabeta”. In una camera singola c’è un bambino con gravi malformazioni. Sembra affetto da sindrome di Down. È grasso, gonfio dalla testa ai piedi, sproporzionato.

Mentre il medico si avvicina lui gli sfila lo stetoscopio dalla giacca. Ci gioca con le mani. Se lo attacca alle orecchie, al petto. Alla fine il dottore lo riprende e lo rimette in tasca. Ci sono altri piccoli da visitare.
Intorno alle 11 esco e vado a prendere il caffè al bar di fronte all’ospedale. Con camice e zoccoli, cosa vietata. Ma sono in buona compagnia. Torno dentro, sulle scale trovo una zingara che chiede l’elemosina. La tengo d’occhio. Dopo un po’ si infila in un reparto, si fa largo tra i parenti in visita, arriva perfino ai letti dei malati.

Provo a entrare nel blocco operatorio. Suono il campanello. Un’infermiera mi apre la porta. Saluto con piglio sicuro e vado dentro. Dopo pochi metri c’è un’altra porta a vetri opachi. Su un cartello c’è un avviso rivolto a tutto il personale: “Si ricorda che è assolutamente vietato entrare nelle sale operatorie senza divise, calzari, cappellini e mascherine adeguate”. Gli indumenti sono lì a fianco. Li ignoro. La porta si apre su un corridoio, sulla destra ci sono due sale operatorie. Un infermiere mi viene incontro. Non ha calzari, cuffia, guanti: nulla. Gli dico che sto cercando il dottor Vattelappesca, un dottore di cui ho letto il nome su un cartello in giro. “Sta al piano di sotto”. Ribatto: mi ha detto di trovarci qui per prendere accordi per un intervento. Tanto basta, semaforo verde. La scena si ripete identica nella camera successiva. Sulla soglia una donna parla al cellulare. La chiamata sembra di lavoro. La seguo dentro. Mette il telefono nella tasca posteriore dei pantaloni, prende una garza e si rimette al lavoro. Non ha cambiato i guanti. Le sue mani si posano sull’uomo operato. Con lei c’è un’altra donna: naso fuori dalla mascherina. A un metro, una infermiera vestita come fosse in reparto. Ha soltanto una cuffia sui capelli, che lascia scoperti grandi ciuffi sul davanti. Non ha i calzari. Come me, che sto a due metri dal lettino operatorio con le stesse scarpe che avevo poco prima al bar di fronte all’ospedale.

All’uscita del reparto un uomo mi chiede com’è andata l’operazione, è preoccupato. Rispondo che è tutto ok e prego Dio che sia vero. Lo rassicuro, la madre si è risvegliata. Mi stringe le mani, mi ringrazia, dice che però si tratta della moglie.
Un infermiere mi ha raccontato di un barbone che mangia e dorme dentro la struttura. Lo trovo seduto davanti al reparto di medicina nucleare, tra l’ascensore e la corsia, dove passano i malati. È grosso, dorme piegato su se stesso. Ha due sacchetti pieni di cianfrusaglie. Le gambe sono gonfie, le caviglie non si distinguono. Puzza. Ha i capelli lunghi e la barba. Accanto a lui c’è un piatto di plastica con i resti del pranzo che ha appena consumato. Lo chiamano “Carminuzzo”, diminuitivo di Carmelo, ha il mio stesso nome.

Continuo il giro. Fra gente che mi chiede informazioni. Non so che rispondere, mi scuso, dico che è il mio primo giorno. Mi becco auguri e pure qualche bacio. Incrocio una ragazza cinese. Ha uno zaino sulle spalle e una sorta di bancarella ambulante davanti con bracciali, orologi e giocattoli. La seguo. Un’infermiera le chiede un cinturino, contrattano. Entra ed esce dalle stanze, anche in pediatria, dove vende i suoi giochi di plastica privi degli standard di sicurezza previsti dall’Unione Europea.

Napoli
Giovedì primo ottobre il dottor Valerio Trimarchi si presenta al Pellegrini di Napoli, nel centro storico. Non ho fortuna. L’ospedale è piccolo, si conoscono tutti, dal primario all’ultimo dei volontari. Riesco comunque a fare un giro all’interno. Non sono ancora le 8 del mattino. Diversi ricoverati dormono sulle barelle nei corridoi. Le condizioni igieniche sembrano scarse. Sul davanzale di una finestra ci sono decine di mozziconi di sigarette. Stessa situazione al pronto soccorso.
L’ingresso dell’ospedale dà su una strada molto trafficata. Poco più su c’è l’arrivo della metropolitana. È una fiumana di persone che si trascina tra auto e moto. In mezzo vedo infermieri e medici in divisa, uno addirittura con la tuta operatoria. Vanno al bar o nei negozietti della via.

Isernia
Per entrare all’ospedale di Isernia, in Molise, mi infilo in un vorticoso giro di conoscenze tipico di una certa Italia dove l’amicizia e il clientelismo la fanno da padrone. Si trova sempre qualcuno che ti consiglia a un altro, che a sua volta non si prende nemmeno la briga di capire chi sei. Gli basta soltanto sapere che sta facendo un favore. Si va avanti così, in una sorta di catena di Sant’Antonio della quale non si riesce più a venire a capo.

Intanto Valerio Trimarchi venerdì 2 ottobre di buon mattino arriva in divisa d’ordinanza all’ospedale Veneziale. Dico che mi sono appena laureato e che mi accingo a scegliere la specializzazione. In medicina generale i pazienti sono tutti anziani. I medici si fermano ai piedi del letto, guardano la cartella, si confrontano, prescrivono esami. Le mani ce le mettono gli infermieri. Si passa da un pannolone all’altro fino alle flebo: senza guanti. Solo un’infermiera è ligia al dovere. Gli altri quasi la rimproverano per l’inutile perdita di tempo. Alla fine vado al bar.

Una dottoressa in camice bianco è appoggiata a un’auto parcheggiata. Aspetta qualcuno. Un medico in tuta verde attraversa la strada. Torno nel blocco operatorio. Mi conoscono tutti, mi muovo in totale libertà. Vedo medici e infermieri senza copriscarpe, mascherine. Senza guanti. Un paio di chirurghi fumano. A pochi metri dalle sale dove si operano i malati, i posacenere sono pieni di mozziconi.

Intorno alle 2 del pomeriggio mi accingo a lasciare l’ospedale. Sbaglio l’uscita. Percorro un corridoio pieno di scatoloni, qualcosa a metà tra un magazzino e un ripostiglio. I muri sono scrostati, alcune piastrelle divelte. Cammino per una decina di metri quando sulla destra mi trovo una porta spalancata: dentro ci sono tre malati che dormono sui lettini. Fanno la dialisi. Le condizioni igieniche sono scadenti. A metà corridoio, senza alcuna porta divisoria, c’è un bagno con due sanitari dove si scaricano pale e pappagalli.

Nel pomeriggio accompagno un medico all’ospedale di Campobasso, nel reparto di anatomia patologica, dove da Isernia mandano ad analizzare i tessuti asportati. Davanti a un cartello con scritto “Vietato fumare” una dottoressa ci intrattiene con una sigaretta fra le mani. La stessa mattina le sono arrivati dei “pezzi” che ancora non riesce a capire perché siano stati asportati. Ci invita a prendere l’abitudine di segnalare la sospetta diagnosi. E accende una seconda sigaretta.

Venafro
Il giorno dopo, su segnalazione di un medico di Isernia, vado a trovare un collega a Venafro, distante una trentina di chilometri. Ha l’aspetto provato, è stanco. Ha voglia di parlare e di sfogarsi. Fare l’ortopedico lì è come essere in trincea, ti arriva di tutto e lavori in condizioni estreme. Con gente che fuma in sala operatoria. Ogni volta che impianta una protesi, dopo che ha cucito prega Dio perché non subentrino complicazioni e infezioni.

Quello che intende lo vedo con i miei occhi lunedì 5 ottobre. Faccio un rapido giro per il reparto. Le camere sembrano supermercati. I comodini faticano a contenere bottiglie, biscotti, patatine e pasticcini. I medici mi danno subito del collega. Dico che sono troppo buoni e che non merito ancora quel titolo perché devo fare la specializzazione. Non importa, sono molto gentili. Mi invitano nella loro stanza, mi affidano un armadietto e una tuta per la sala operatoria. C’è da correre a fare gli interventi. Ci cambiamo.

Nel blocco operatorio ci sono i canonici indumenti monouso. Poi, stranamente, gli spogliatoi sono più avanti nel percorso che porta alle sale operatorie. Le regole vengono molto disattese. L’infermiere che assiste il chirurgo non indossa guanti. Mentre l’operazione è in corso la porta si apre: è un medico in camice bianco e scarpe normali. Rimane sulla soglia a chiacchierare con i colleghi.
Torno in reparto. Sul tavolo della saletta infermieri c’è dell’uva. Il medico mangia e con la stessa mano tocca la medicazione di una donna. Una signora cammina con un mucchio di lenzuola tra le braccia. Ha disfatto lei stessa il letto della figlia. Intanto il medico controlla la mano fasciata di un uomo. Tre dita sono nere, in necrosi. Dai polpastrelli escono fili di ferro. Lui ci infila le mani, che non ha mai lavato dopo avere mangiato l’uva.

Rimango solo, mi trovo davanti una signora: “Dottò, stamattina il primario mi ha detto che prima di uscire mi devono togliere questi punti dalla testa. Ma ora lui non c’è più. Che fa, me li toglie lei?”. Esito. Poi chiedo a un’infermiera di indicarmi la medicheria perché, specifico bene, devo togliere i punti a quella donna. Entriamo. Faccio accomodare la signora, prendo un paio di strumenti, ci gioco, la guardo e le dico che forse è meglio aspettare il primario. Con la salute della gente è meglio non scherzare.

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7 risposte a Io, falso medico: l’inchiesta e il video shock sulla malasanità

  1. patty scrive:

    Complimenti per il video. Peccato che tutto questo l’ho conosciuto e continuo a conoscerlo ogni giorno. Anzi ne ho viste ancor di peggio qui in Sicilia!!!!

  2. Simone Ballatore scrive:

    Spett.le Redazione,Vorrei sottoporre alla Vostra attenzione la mia triste storia di ennesima vittima di malasanità…questa volta dell’ IFO di Roma, più precisamente del Dr. Cognetti e del Dr. Ferretti.
    Mia madre Rossiello Raffaella affetta da adenocarcinoma è stata ricoverata all’IFO di Roma e sottoposta a cure e trattamenti chemioteratipi sperimentali che la hanno condotta a morte nel giro di 3 settimane. Il dr. Cognetti di Medicina Oncologica A, si è approfittato dello stato di depressione e scoramento di mia madre (che voleva continuare a vivere) per farle firmare un consenso informato per chemioterapici sperimentali non adatti ad una paziente nello stato fisico di mia madre.Alla prima grave complicazione (una copiosa emorragia) il dr. Ferretti si è rifiutato di trasferirla in ospedale più idoneo (Visto che l’IFO-Istituto Nazionale Tumori – Regina Elena è sprovvisto di Pronto Soccorso e di Rianimazione), facendo morire mia madre per emorragia sotto gli occhi impotenti dei figli.
    Non contenti di ciò, il dr. Cognetti ha proceduto contro la volontà dei figli ad una autopsia per “blindare” la posizione dell’ospedale in relazione alle gravi negligenze commesse, ed ha proceduto personalmente alla contraffazione della cartella clinica in relazione alle cure/farmaci e quant’altro somministrato a mia madre.
    Questi criminali che in nome della scienza seviziano e portano a morte pazienti oncologici, utilizzandoli come cavie da laboratorio…vanno fermati.

  3. gianni scrive:

    odio gli ospedali, che paradosso ci lavoro in una nuova base domotica a vicenza. conosco la fedeltà e la volontà di alcuni medici, conosco purtroppo anche la feccia, la sottomarca di presunti medici,infermieri, ecc. pronti solo all’onorario e, al sadicismo puro senza scrupoli di fronte a pazienti cui debbono essere assistiti e curati.
    Io credo che la sanità oggi sia solo un diversivo nel campo del lavoro per chi ci lavora, (eccetto qualcuno) un modo di essere stipendiati creandone un puttanismo del sito.
    Fa tristezza sapere che cè “GENTE” che da mattina a sera è mantenuta dallo stato svolge il loro impiego creando solo danni e malessere in questo ambiente, e noi gente comune non abbiamo armi per ripulire queste merde.. Messaggio riservato a quelli menzionati in negativo.. Vergogna a vostra madre che vi ha cagato!

  4. Giulio scrive:

    Mia nonna diceva: la bocca (cioè le parole) è una ricchezza. Prima di criticare comincia dal basso, prenditi una laurea, in medicina naturalmente, poi una specializzazione e poi comincia ad alzarti dal letto alle 3 di notte per una qualsiasi urgenza, con la massima lucidità, con buona risoluzione del problema che hai davanti, dopo una giornata magari passata in sala operatoria (ti assicuro che non è come giocare alla play station) e poi forse potrai giudicare se, in una sala operatoria, anche per accendere l’interruttore della luce c’è bisogno dei guanti sterili. Fare il medico non è un giochino come quello che hai fatto nel 2009. Purtroppo la cultura di oggi si ferma solo alle apparenze e chi vive di superficialità pensa che anche gli altri lo siano.

  5. michele scrive:

    MIO PAPA’, 65 anni, è morto nell’Ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro per Malasanità
    In data 27/12/2013 il mio papà Salvatore Còndino moriva dopo un mese di estrema sofferenza nel reparto di chirurgia dell’ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro; era stato operato di colecisti in data 29/11/2013.
    Doveva essere una normale operazione alla colecisti invece con l’intervento, avvenuto attraverso laparoscopia, i medici hanno creato danni all’addome, generando complicanze alle quali non sono riusciti a porre nessun rimedio per negligenza ed incapacità.
    Dalla perizia redatta dai medici legali risulta che nei giorni successivi all’operazione chirurgica si sarebbero potuti effettuare una serie d’interventi che avrebbero condotto mio padre ad una guarigione, invece sono stati eseguiti interventi tutti sbagliati che hanno portato alla sua morte (tutto spiegato nella perizia redatta da equipe di medici legali).
    I medici che hanno eseguito il primo intervento con errore grave ed i successivi interventi tutti errati, sono:
    Primo intervento (che ha causato gravi danni all’addome)
    Signorino Aidala, primario del reparto di chirurgia dell’ospedale Pugliese Ciaccio, al quale il mio caro papà si era affidato;
    Francesco Arone, collaboratore del primario, reparto di chirurgia dell’ospedale Pugliese Ciaccio.
    Pasquale Castaldo, collaboratore del primario, reparto di chirurgia dell’ospedale Pugliese Ciaccio.
    Nicola de Grazia, collaboratore del primario, reparto di chirurgia dell’ospedale Pugliese Ciaccio.
    Dario Bava, medico reparto endoscopia chirurgia operativa dell’ospedale Pugliese Ciaccio.

    Oltre ai medici di sopra sono intervenuti altri medici nell’eseguire interventi successivi e nel post operatorio, di alcuni dei quali ricordo i nomi e li riporto:
    Domenico Rondinelli, dottore reparto di chirurgia dell’ospedale Pugliese Ciaccio, intervenuto nel post operatorio
    Antonio Domenico Raynal, dottore reparto di chirurgia dell’ospedale Pugliese Ciaccio, intervenuto nel post operatorio
    Giovanni Laino, dottore reparto di chirurgia dell’ospedale Pugliese Ciaccio, intervenuto nel post operatorio
    Oscar Tommasini, primario reparto endoscopia chirurgia operativa dell’ospedale Pugliese Ciaccio, intervenuto in uno degli interventi successivi al primo.
    Dott.ssa Ladislava Sebkova, medico reparto Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva dell’ospedale Pugliese Ciaccio, intervenuta in uno degli interventi successivi al primo.

    E tutti i medici del reparto di chirurgia ed altri reparti dell’ospedale Pugliese Ciaccio, che pur visitando il paziente nel post operatorio non hanno dato nessun contributo a intraprendere la strada giusta che avrebbe portato a salvare la vita di mio padre.

    Il mio dovere adesso è quello di informare della pericolosità che esiste nell’ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro, avvisando la popolazione che in tale ospedale un banale intervento chirurgico può essere fatale, per negligenza ed incapacità medica, per assenza dei requisiti minimi igienico sanitari dell’ospedale, che portano ad aggravare le condizioni dei pazienti con infezioni contratte nell’ospedale stesso (tra tutte le conseguenze per errore medico cagionate al mio papà vi è stata anche una infezione contratta nell’ospedale); credo che non possa esistere un ospedale dove il malato che esce dopo un’operazione venga condotto con lo stesso ascensore che attimi prima era servito a condurre i rifiuti, inammissibile. Invito le persone, quando è possibile, per operazioni che possono programmarsi, a non recarsi assolutamente in questo ospedale, ma di cercare ospedali presenti in altre regioni che rappresentano eccellenze nello specifico caso che occorre (nella Regione Calabria credo che è impossibile trovare strutture alternative visto che l’ospedale Pugliese Ciaccio rappresenta la migliore struttura, per cui posso solo immaginare le condizioni delle altre strutture). Il mio caro papà si era fidato di questo primario Signorino Aidala, era andato a visita da lui, aveva ricevuto su di lui informazioni positive, mi aveva portato il suo curriculum che con mio fratello minore avevano scaricato dal portale internet dell’ospedale, mi avevano fatto notare il notevole numero di interventi che aveva eseguito, oggi dico che in quel curriculum purtroppo non è indicato l’esito degli interventi; e solo adesso scopro che l’ospedale di Catanzaro è stato classificato il peggiore tra gli ospedali italiani per interventi alla colecisti con laparoscopia (fonte: articolo http://www.tantasalute.it.) Mio padre si era voluto operare nella sua regione e si fidava totalmente, si è voluto fidare fino alla fine, ma coloro ai quali si era affidato lo hanno condotto alla morte.
    Oggi, io sottoscritto, ing. Michele Condino, figlio della vittima, sulla base di documenti redatti da equipe di medici legali e sulla base di osservazioni dirette sulla condotta dei medici durante un mese di ricovero post operatorio, ritengo l’ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro ed i medici sopra descritti responsabili della morte di mio papà Salvatore Condino di 65 anni, che ha lasciato mia madre, cinque figli con le famiglie,nipotini. Voglio rendere pubblico quanto accaduto per contribuire a salvare vite umane mettendo in luce l’ennesimo caso di mala sanità causato da questo ospedale, alcuni denunciati altri avvengono nel più totale silenzio solo perché la perdita di un familiare fa cadere le persone nel totale dolore privandoli della forza persino di reagire per chiedere giustizia.
    Questo ospedale deve essere migliorato sia del personale medico, in alcuni reparti sotto la soglia della mediocrità, con medici che raggiungono la più totale incompetenza generando direttamente o indirettamente gravi danni ai pazienti conducendoli alla morte; sia dal punto di vista della struttura della quale anche visivamente è possibile verificare la mancanze dei minimi requisiti igienico sanitari.
    Mi rivolgo a tutti gli organi responsabili d’intervenire per sanare l’ospedale Pugliese Ciaccio, arrestando la scia di morte che esso genera.
    Mi rivolgo a quei medici dell’ospedale stesso che fanno egregiamente il loro dovere sebbene con difficoltà (credo siano una ridotta minoranza), di essere loro stessi ad intervenire per risolvere definitivamente i gravi problemi che esistono in molti reparti, con medici che generano solo morte in quanto incapaci sia nella fase di diagnostica (avviene molte volte), sia nell’eseguire gli interventi, sia nel post operatorio.
    Ing. Michele CONDINO
    (Figlio vittima per malasanità ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro)
    Si allega alla presente relazione redatta su testimonianza dei familiari che hanno assistito per tutto il tempo del ricovero.
    RELAZIONE DEI FAMILIARI
    Di seguito riporto la descrizione eseguita da noi familiari dei tragici giorni di ricovero in ospedale “Pugliese Ciaccio” di Catanzaro di mio padre signor Condino Salvatore , ricoverato in data 28-11-2013 per operazione alla colecisti, deceduto nel medesimo ospedale in data 27-12-2013.
    La relazione riguarda la ricostruzione per analisi visiva di quanto osservato dai noi familiari.
    Premessa
    Il signor Condino Salvatore si era recato all’ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro in data 18-09-2013 ed aveva eseguito visita presso il primario del reparto di chirurgia Dott. Signorino Aidala, il quale dopo la visita aveva detto che non poteva operare subito perché la colecisti non presentava infiammazioni, che per poter operare dovevano passare almeno tre mesi.
    E veniva prenotato dallo stesso primario per l’operazione di Calcoli alla Colecisti per i primi di dicembre 2013.
    Il signor Condino Salvatore, visti i disturbi legati all’ictus celebrale ( lo aveva avuto fine agosto 2013 contemporaneamente ad una forte colica generata da infiammazione alla colecisti) , aveva effettuato anche visita neuorologica presso l’ospedale Pugliese Ciaccio dal dott. Cannistrà in data 15-10-2013, il quale aveva visto dalla risonanza che vi era una piccola lesione celebrale e che comunque doveva nel più breve tempo possibile operarsi di colecisti perché si sarebbe potuta infiammare causando danni più rilevanti dal punto di vista celebrale, visto che probabilmente l’ictus era stato causato dalla forte colica derivante dai calcoli alla colecisti.
    In data 23-10-2013 il signor Condino Salvatore viene ricoverato nell’ospedale pugliese Ciaccio per colica alla colecisti accompagnata da febbre. Viene sfebbrato ma il primario Aidala con altri medici non decidono di operare subito ma di aspettare la data che era stata programmata dei primi di dicembre.
    Quindi il 31-10.2013 viene dimesso dall’ospedale Pugliese Ciaccio.
    Il 6-11-2013 il signor Condino Salvatore aveva eseguito anche visita presso il dott. Rodinò dell’Ospedale Pugliese Ciaccio, per verificare le condizione della colecisti , che risulta piena di calcoli, il dottore prescrive tempestivo intervento alla cistifellea per eliminare i calcoli.
    In data 8-11-2013, il signor Condino Salvatore effettua visita presso altro Neurologo, che conferma quanto già prescritto nella prima visita neurologica, e ribadisce che bisogna che venga effettuata tempestivamente l’operazione alla colecisti in quanto l’ictus non rappresenta un problema.
    Ricovero in ospedale per operazione
    Giorno 25-11-2013, Salvatore fu chiamato a fare gli esami preparatori, non gli sospendono la cardiospirina in quanto avrebbero provveduto loro a chiamare giorni prima dell’operazione per fargli sospendere il farmaco.
    Nei giorni successivi Salvatore manifestava piccoli sintomi di infiammazione senza febbre, si era recato al pronto soccorso dopo già aver chiamato segretaria del primario Aidala, la quale aveva consigliato di recarsi al pronto soccorso.
    Il signor Condino Salvatore viene ricoverato il giorno 28-11-2013 mattina nel reparto di chirurgia del Pugliese Ciaccio. La sera stessa gli viene comunicato che sarebbe stato operato il giorno dopo, non più dopo almeno sei giorni dalla sospensione del farmaco cardiospirina così come gli era sempre stato comunicato.
    Salvatore chiede come mai non bisognava sospendere più la cardiospirina, gli viene comunicato dal dottore di turno, che non era necessario, avrebbero provveduto loro a fargli una puntura di contrasto (dalla cartella clinica si evince che non fu mai fatta tale puntura). Non si capisce il motivo di tanta fretta, nei giorni dopo il dottor Castaldo del team del primario ci comunica che si era deciso di operare in quanto si era liberato un posto.
    La raccomandazione della sospensione della cardiospirina ci era stata prescritta più volte anche dal neurologo dott. Cannistrà , quando aveva effettuato la visita.
    Salvatore entra in sala operatoria giorno 29-11-2013 mattina, esce alle ore 15:00, lamentando con forti grida , forti dolori .
    Ci viene comunicato dal primario dott. Aidala, che ha operato, che l’operazione è andata a buon fine, e che siccome i calcoli erano andati nelle vie biliari si era dovuto procedere subito con altra operazione per il recupero di questi calcoli. Infatti ci viene spiegato da altro dottore che ha eseguito l’operazione per prelevare i calcoli dalle vie biliari (del reparto di chirurgia endoscopica), che l’operazione era andata a buon fine ma che era stata complicata in quanto l’intestino era pieno. Si precisa che Salvatore non era stato tenuto a digiuno ma gli avevano prescritto il mangiare anche la sera prima della operazione.
    Dopo l’operazione salvatore è molto sofferente, lamenta forte dolore all’addome, ha un tubo per l’aspirazione dei liquidi.
    Il giorno dopo viene visitato dai chirurghi che lo hanno operato Aidala ed Arone, si accorgono che la ferita ha bisogno di una medicazione perché infetta, questo deve essere fatto in sala operatoria, ma per non spaventare il paziente già sofferente, viene portato in una saletta di medicazione al piano di sopra, dove il dott. Arone esegue con anestesia locale la medicazione ed esce dicendo che è tutto ok, che non ci dovevamo spaventare, ci dice che ci era stato qualche problema alla ferita in quanto il paziente prendeva la cardiospirina e quindi il sangue era molto fluido. Il pomeriggio dello stesso giorno notiamo noi parenti che il tubo di aspirazione è pieno di sangue con un flusso continuo, chiamiamo l’infermiere che chiama il medico,arriva il medico, dopo arrivano altri medici, dopo un po’ escono dicendo che sul paziente è in corso una importante emorragia interna e deve essere portato in sala operatoria per essere tamponata.
    L’operazione di arresto dell’emorragia viene fatta sempre per via endoscopica, e va a buon fine, ci viene spiegato dal dott. Rondinelli che l’emorragia aveva interessato “ l’incrocio” tra le vie biliari ed il duodeno, ed era dovuta al taglio con laser che era stato effettuato nell’operazione di recupero dei calcoli nelle vie biliari.
    Da subito Salvatore ha la febbre alta, gli vengono somministrati farmaci, che l’abbassano, ma cessato l’effetto dei farmaci la febbre compare alta.
    I medici dicono che è normale in quanto febbre post operatoria.
    Dopo quattro giorni la febbre non scompare, noi familiari siamo preoccupati, e chiediamo ai medici i quali dicono di non sapere a cosa è dovuta, e che stanno approfondendo per capirlo.
    Vengono da noi riscontrate anomalie nella misurazione della febbre, per cui portiamo nostro termometro, ed infatti scopriamo che alcuni infermieri sbagliavano a misurare la febbre con loro termometro, dando dei valori completamente distanti dalla realtà, sollecitati a rimisurare la febbre si scopre che il valore era quello rilevato da nostro termometro.
    Dopo qualche giorno ci viene comunicato che la febbre è dovuta ad una infezione contratta probabilmente in sala operatoria, della quale però non conoscono il tipo di germe e quindi procedono con antibiotici generici in attesa di avere gli esami di identificazione del germe con l’elenco degli antibiotici al quale è sensibile. Per fare questo devono però prelevare del liquido presente nell’addome.
    Rilevano da ecografia che vi è un deposito di liquido anche nei polmoni, per cui viene portato nel reparto di radiologia diagnostica e viene aspirato il liquido dai polmoni, mentre provano a aspirare il liquido presente nell’addome, facendo anestesia locale, ma non ci riescono; il dott Aidala ed Arone dicono di non riuscirci in quanto non vedono bene il punto da dove aspirare, in oltre tali tipi di operazione in genere vengono eseguite dal dott. Notarangelo il quale non è presente in quanto fuori sede per circa 8 giorni.
    Il primario Aidala ci spiega che se si riuscisse ad aspirare il liquido con diagnostica guidata era positivo in quanto meno invasivo, altrimenti si sarebbe dovuto ricorrere alla chirurgia aprendo l’addome.
    Vista l’assenza del dottore esperto in operazione di diagnostica guidata, bisognava recarsi nella struttura dell’ospedale di Cosenza, dove altro dottore avrebbe potuto eseguire tale operazione.
    Il giorno dopo il primario Aidala, vista la febbre alta, decide di operare chirurgicamente eseguendo taglio all’addome, pulire dal liquido e inserire dei drenaggi. L’operazione viene fissata per il giorno dopo, il dottor Rondinelli spiega ai familiari la sera che l’operazione consisteva nell’eseguire un piccolo taglio di 5 cm per togliere il liquido infetto ed inserire un drenaggio.
    Il giorno dopo i parenti siamo tutti in ospedale, Salvatore aspetta per essere operato, (l’operazione doveva avvenire alle 8:00), passate le undici ancora il paziente non viene portato in sala operatoria.
    Verso le 13:00, incontriamo nel corridoio il primario, il quale ci comunica che hanno cambiato idea e che l’operazione non si fa, ma vogliono provare con il sistema non invasivo per cui dobbiamo portare Salvatore all’ospedale di Cosenza per essere sottoposto all’operazione di aspirazione del liquido.
    Il giorno dopo ( è il 12 dicembre) con autoambulanza il paziente viene portato all’ospedale di Cosenza distante cento chilometri, accompagnato nell’autoambulanza dal dott. Raynal, aspettiamo nel corridoio circa due ore, Salvatore molto sofferente su barella della autoambulanza, non riesce a stare più, ha forti dolori alla schiena. I dottori di questo reparto chiedono al dott. Raynal alcune informazioni, egli risponde che non lo ha seguito lui il paziente, per cui i medici prendono la cartella per studiarsela. Poi viene portato nella sala operatoria dove il dottore prova ad aspirare il liquido, ma senza esito, ci spiega poi il dottore che il punto per il prelievo è molto piccolo e difficile da centrare, ci poteva essere il rischio di fare qualche danno alle parti circostanti.
    Il viaggio quindi serve solo a creare ulteriori dolori al paziente già sofferente.
    Il giorno dopo si decide per l’operazione chirurgica, si era parlato di piccolo taglio invece viene aperto l’addome con taglio esteso. Ci viene comunicato dal primario che era stato tutto pulito ed inseriti dei drenaggi, inoltre comunica che avevano trovato la presenza di bile per cui probabilmente vi era un foro all’intestino che però non erano riusciti a trovare, per cui doveva essere molto piccolo e poteva essere curato con una lunga terapia con alimentazione assistita.
    Gli viene portata una macchina per la nutrizione e la terapia, che resta ferma per 8 ore in quanto non c’è nessuno che la sa fare funzionare, su nostra segnalazione viene poi chiamato infermiere della sala rianimazione che mette in funzione la macchina.
    Salvatore non doveva mangiare , invece per errore gli viene portato il cibo mentre non ci era nessuno dei parenti in quanto in orario fuori visita, il cibo gli viene imboccato dagli infermieri.
    Nei giorni dopo la febbre non scende comunque.
    Viene avvertita anche una infezione alla ferita dell’operazione chirurgica e si deve procedere ad una medicazione in sala operatoria.
    La sera del 17 -12-2013 la febbre è alta, Salvatore avverte forte dolore all’addome, la notte vomita sangue, vi è una emorragia interna. L’infermiere chiama il medico. Il medico non arriva tempestivamente (dott. Alfredo Cosentini), raggiungiamo la sua sala era impegnato a guardare la partita. Si reca a fare la visita, vi è una emorragia, e deve essere tamponata in sala operatoria, sempre con molto comodo e guardando la partita chiama la dottoressa che era reperibile e si trovava a 40 minuti dall’ospedale (Dott.ssa Ladislava Sebkova), arriva dopo circa un’ora ed esegue l’operazione. Esce dicendo che vi era un grumo di sangue che aveva tamponato, ma che la situazione era gravissima in quanto ci sarebbe potuta essere una emorragia significativa da un momento all’altro senza poter fare più niente. Ci dice di aspettare il primario che era stato chiamato; non arriva il primario ma il suo collaboratore dott. Arone il quale ci conferma quanto detto dalla dottoressa, dovevamo sperare in un miracolo.
    Salvatore viene riportato nel reparto, per il momento l’emorragia è arrestata ci dicono.
    Per poter inserire la flebo (non più inseribile nel braccio) viene portato in sala rianimazione per inserire tubo dalla gamba; ma successivamente viene ricondotto in sala di rianimazione per inserire tubo flebo dalla vena del collo.
    Il giorno dopo dai tubi del drenaggio usciva sangue con flusso continuo, chiamiamo il medico, decidono di sottoporlo ad una operazione che nel frattempo avevano pianificato: eseguire un bypass alla vie biliari inserendo una protesi.
    Il 24-12-2013 eseguono l’operazione.
    Nel post operazione l’anestesista prescrive di portare il paziente in sala di rianimazione in quanto registra una difficoltà respiratoria. Il primario chirurgo Aidala ci annuncia che è tutto ok e che solo per precauzione il paziente viene portato in rianimazione, per lui poteva essere portato nel reparto in quanto secondo lui era tutto apposto.
    Nella sala di rianimazione viene intubato.
    Il giorno dopo ci viene comunicato dalla sala rianimazione che il paziente ha una deficienza respiratoria e che se non fosse stato intubato già prima sarebbe deceduto; in contrapposizione totale con quanto ci era stato riferito dal Primario chirurgo Aidala secondo il quale il paziente era stato messo in sala rianimazione solo per precauzione ma non aveva nessun disturbo.
    Dopo poche ore veniamo convocati in sala rianimazione dove vi è anche un cardiologo al quale era stata chiesta consulenza dal reparto della sala di rianimazione in quanto Salvatore avvertiva problemi cardiaci, ci viene comunicato che al paziente è sorta una embolia polmonare, e che è normale visto il suo quadro clinico. Salvatore viene messo in coma farmacologico sotto terapia intensiva, con le difficoltà che non possono intervenire per sanare l’embolia in quanto rischierebbero di creare l’emorragia.
    Il dott. Rondinelli del reparto di chirurgia il 25-12-2013 visita il paziente, all’uscita ci comunica che vi è l’embolia ma che era tutto sotto controllo, e che siccome lui sarebbe mancato per tre giorni, quando sarebbe rientrato sicuramente avrebbe trovato il nostro caro nel reparto di chirurgia fuori dalla sala di rianimazione.
    Non sappiamo i precisi risvolti che si sono susseguiti nella sala di rianimazione nelle ore successive.
    Il 27-12-2013 veniamo convocati per l’annuncio del decesso.
    Ing. Michele Condino (Figlio)

  6. fulvio tomaselli scrive:

    ….senza medici sarebbe meglio…o peggio…mi piacerebbe una volta diventare una zanzara e andare a vedere cosa fanno gli altri professionisti…non i medici, quelli santificati…e trovare qualcuno che parli di buona sanità…forse sono tutti gli altri, quelli che non parlano, ma questa è la regola : il contento tace,lo scontento parla

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