Panorama: Quel che resta di Erika

Gli incubi notturni in cella, le poesie per bambini, le confidenze agli amici, gli amori dietro le sbarre, il futuro… Nel 2001, quando con Omar uccise la madre e il fratellino, era una ragazzina di 17 anni. Ora, dopo due lustri passati fra riformatorio e carcere, è una donna diversa, a un passo dalla libertà.
DI CARMELO ABBATE

 

Erika. Basta il nome. Sono pochi quelli che hanno bisogno dell’ulteriore postilla «quella di Erika e Omar», oppure «Novi Ligure», per identificarla. Mercoledì 21 febbraio 2001: in una villetta a due piani di Novi, Susi Cassini, 42 anni, e il figlio undicenne Gianluca vengono uccisi a coltellate. La figlia della donna, Erika, 17 anni, racconta ai carabinieri di un paio di rapinatori albanesi. Ma dopo i primi accertamenti emerge la verità: è stata lei, insieme al fidanzato, Omar, stessa età. I due finiscono in carcere. Il 14 dicembre il Tribunale per i minorenni di Torino condanna con rito abbreviato Erika a 16 anni e Omar a 14. La sentenza viene confermata dalla Corte d’appello e in Cassazione.
Sono passati più di 10 anni. Grazie all’indulto, sconti di pena e buona condotta, Omar ha lasciato il carcere nel 2010. Erika proprio in questi giorni viene trasferita in una comunità di recupero, dove rimarrà a tempo pieno fino a Natale, quando sarà una donna libera. Era una ragazzina quando è entrata in carcere. Oggi è una donna di 27 anni, di cui non si è più saputo nulla. Gli unici due momenti sottratti all’oblio sono stati la prima volta fuori dal carcere, nel 2006, per una partita di pallavolo, con le foto pubblicate sui giornali, e la notizia della laurea in lettere e filosofia con il massimo dei voti, dell’aprile 2009. Per il resto sulla vita di Erika è calato il silenzio, come voleva il padre, l’ingegnere Francesco De Nardo, che non si è mai aperto alla stampa, neppure per una breve dichiarazione.
Oggi, grazie a tante testimonianze qualificate e verificate, Panorama è in grado di raccontare com’è stato e com’è oggi il mondo di Erika. La sua quotidianità, i sogni, le paure, gli attacchi di panico, le preghiere, le amicizie, gli amori, le delusioni, le passioni, la sua visione del mondo esterno attraverso la televisione, le immancabili e puntuali visite del padre e della nonna materna, le speranze e i progetti per il futuro. E soprattutto il ricordo della madre e del fratellino.
Di quella sera Erika fa una rilettura che forse l’aiuta a cancellare il senso di colpa e a rimuovere il macigno di un delitto che pesa sulle sue spalle. Alle poche amiche con le quali ha stretto un’amicizia simbiotica continua a ripetere che è stato Omar. Erano entrambi sotto l’effetto della cocaina e lei non è riuscita a impedirglielo. Quando parla di quei momenti, i suoi occhi sono spenti, vuoti, motivo per cui chi la ascolta si è convinto che possa avere rimosso tutto.
Erika odia Omar. «Mi innervosisco solo a pronunciare il suo nome. È come se qualcuno mi accoltellasse ogni volta che ci penso». Cova sentimenti di vendetta. Perché lo ritiene responsabile del duplice omicidio, perché era molto geloso e possessivo, perché ha un padre che non le è mai piaciuto. Erika e Omar non si sono mai sentiti in tutti questi anni. L’unico contatto fra i due è stata la nuova fidanzata di lui che ha scritto alcune lettere deliranti a Erika.
«Mia madre mi manca da morire, vorrei tanto fosse qui con me» dice Erika alle amiche. E, quando viene a sapere di una persona a lei cara che ha rischiato di morire, si sfoga così: «Io sono spaventata. Ho perso mia mamma e mio fratello, ancora non riesco ad accettare che non ci siano più. E non voglio perdere anche lui».
Erika sogna spesso la madre, che le sta vicino, la abbraccia, le dice di stare tranquilla perché lei le vuole bene. Gli incubi quando arrivano durano settimane: si sveglia in piena notte, urla. In uno di questi lei è vestita di nero. Ci sono le sue amiche, sullo sfondo un mare bellissimo. Lei è triste, preoccupata, fatica a respirare. Ha problemi al cuore. Entra in una casa, c’è un gatto, le dice che la notte stessa un uomo verrà a prenderla. Lei non respira. Il sogno finisce perché si sveglia di soprassalto. Piange, ha paura. La mattina dopo lo racconta alle amiche, dice che da quando litiga con l’educatrice del carcere soffre di fitte al cuore.
Nulla a che vedere con quell’orzaiolo che le procurava giramenti di testa e la obbligava a impacchi di camomilla perché non riusciva a tenere l’occhio aperto. O con l’ascesso al dente, che dopo una settimana di antibiotici non smetteva di farle male per via di una infezione. O con i problemi intestinali. Erika è preoccupata per gli attacchi di ansia, che non le danno tregua. A volte durano anche mezz’ora e la fanno spaventare. Non ne parla con il padre, non vuole che si preoccupi, ma assicura che una volta fuori farà una visita da uno specialista.
Già, il padre. Non l’ha mai abbandonata. Perché avrebbe dovuto? È sempre sua figlia. Puntuale alle visite settimanali, pronto a esaudire ogni suo piccolo desiderio, a fare da tramite nei contatti con le amiche. E se qualcuna esagera e chiede soldi, lui rifiuta con educazione e poi dice alla figlia di evitare di metterlo in situazioni spiacevoli. Mai sopra le righe. Anche quando è stanco e preoccupato per il nonno che non sta bene. Lui è sempre lì, a festeggiare il suo compleanno in sala colloqui, da solo o con la nonna materna, che non ha mai smesso di volerle bene.
Ma la vera grande passione familiare di Erika è il nipotino, che era uno scricciolo quando lei è partita e ora è un adolescente. Con tutti i pregi e i difetti della sua età. Così a volte Erika alza il telefono per le chiamate consentite dal carcere e lo sgrida perché «non gli piace leggere, non vuole leggere i libri di scuola, e mia cugina è giustamente preoccupata. Che testa di cocomero, mi ha fatto arrabbiare, non deve fare tribolare così a casa. Appena mi vede mi sente».
La saggia Erika che manda una lettera a una bambina figlia di una compagna di sventura: «Sai, nella vita ci sono dei momenti che ci rendono tristi, che non capiamo o non vogliamo capire. Li ho passati anche io quando ero più piccola, e la musica mi ha sempre aiutato a farmi sfogare e stare meglio. Spero che il cd che ti ho mandato ti faccia stare meglio». La saggia Erika che scrive una lettera di resa a una amica: «Abbiamo perso tutti contro la cokaina» con la k. «Anche io ho perso, senza neppure riuscire a combattere».
La ragazza che elabora questi pensieri è oggi una donna di 27 anni che lotta con un passato che prova a fatica a chiudere in un cassetto e che ogni tanto si risveglia e le si appiccica addosso fino a farla soffocare. Erika legge la Bibbia e gli scritti di Madre Teresa di Calcutta. Si stampa la poesia Donna della missionaria albanese, e sottolinea alcuni passaggi: «Però ciò che è importante non cambia, la tua forza e la tua convinzione non hanno età… Non trattenerti mai!». Nel suo comodino anche un foglio piccolo verde con una preghiera: «O Dio nostro padre, libertà per gli oppressi e consolatore dei poveri…» e sotto alcune frasi scritte di suo pugno: «Liberate vi prego il mio povero cuore dalle angustie che d’ogni parte l’opprimono e ridonate la calma a questo spirito che geme sempre pieno d’affanni». Prega tutte le sere, si rivolge alla madre, la implora di stare vicino a una amica che soffre per la scomparsa di una persona cara: «Io ci credo che c’è un altro mondo. E lei ora è là che vi guarda».
Ecco la vera grande passione di Erika: scrivere. Biglietti, post-it, lettere: le manda alle amiche che si è fatta in carcere e che ora stanno a casa, o in un altro penitenziario, o anche nella cella al piano di sopra. Non passa giorno senza che butti giù almeno un paio di lettere. Poi canzoni, poesie come Libertà di Paul Eluard. E favole, alcune partorite dalla sua fantasia, come quella di una «lucciola che perse la strada e impaurita si spense. Poi le altre lucciole la cercarono tutte insieme, la trovarono, lei si scaldò vicino a loro e riprese a brillare. Così spiccarono il volo e nel cielo buio della notte sembrava splendere il sole, un sole di luce e amore che splende sempre».
Oltre a scrivere Erika guarda molto la televisione, soprattutto Mtv. È stata in questi anni una fan dei Cesaroni, del Grande fratello e di Colorado. Le è piaciuto molto Roberto Benigni a Sanremo, quando ha detto che «se vuoi realizzare i tuoi sogni ti devi svegliare». Ha visto la serie tv I dieci comandamenti, e ha un debole per l’attore Vin Diesel, di cui non perde un film: il suo preferito è Fast and Furious. Il massimo è guardare la tv con una buona pizza davanti. La fa lei, è bravissima. Altro suo pezzo forte dietro i fornelli, la crema pasticciera, con una ricetta tutta sua che confida solo alle amiche più care.
Tra queste, una diciottenne romena. Si chiama Lory, è la passione di Erika, la sua adorabile peste, che la fa arrabbiare quando va in giro con i pantaloni a vita bassa e mezzo sedere di fuori. «Domani la vedi scendere con il burqa, vedrai» sbotta con un’altra ragazza. Ma poi Lory la guarda con quei meravigliosi occhi che le brillano e allora Erika si scioglie come un cioccolatino al sole. Lory che la osserva e la imita, Erika che spera che non impari proprio tutto da lei. Lory che la aiuta con la pellicola per schiarire i peli, vera ossessione di Erika. Lory ed Erika che ballano il waka waka, la loro canzone, che festeggiano con il cuscus l’uscita di una compagna, e che combinano disastri in cucina, come quando preparano patate e salsiccia e rischiano di far andare tutto a fuoco.
I giorni in carcere di Erika sono scanditi da tante abitudini e piccole novità. La ginnastica e la corsa, un’ora al giorno al mattino per tenere a bada lo stress. L’adesione allo sciopero della fame proclamato da Marco Pannella per le condizioni delle carceri. La visita dei volontari di Emergency, e la commozione davanti alle foto dei bambini mutilati dalle mine. L’emozione di ritrovare dopo tanti anni una vecchia compagna del carcere minorile. L’imprevisto di un pipistrello che ti entra in cella la notte e ti fa stare sveglia diverse ore prima di riuscire a cacciarlo. La musica come sottofondo, gli amati J Ax, Marracash e il bellissimo Robbie Williams, del quale traduce il testo di Angels: «Mi siedo e aspetto che un angelo contempli il mio destino…» e Feel: «Vieni a prendermi per mano, voglio prendere contatto con la vita…».
Eccola Erika che dorme a pancia in giù con i pigiami di Paperino, gli orsacchiotti o Betty Boop. Che non sopporta Hello Kitty e che indossa tute colorate dell’Adidas, jeans a zampa di elefante, felpe e scarpe da tennis Nike. Erika che un bel giorno di un paio d’anni fa vede passare sotto la finestra il gruppo dei ragazzi che va al campetto del carcere, e incrocia lo sguardo di uno che aveva già visto al Beccaria. Si innamora. Conta le ore che la separano dall’incontro con lui, cinque minuti rubati di nascosto in un angolino della scuola. Si mette a letto con le sue lettere sotto il cuscino, per sentirlo più vicino. Sogna un futuro con lui, un figlio, e si vede già in sala parto con il suo uomo accanto che le tiene la mano. Lui che è un rapinatore seriale, e cocainomane. Che esce dal carcere e sparisce nel nulla. Erika lo cerca sui giornali tra le foto di un gruppo di ragazzi arrestati a Milano. Per fortuna non c’è. Soffre, piange fino a non avere più lacrime. Poi decide di voltare pagina: «Voglio sentirmi amata, come merito. Voglio una vita serena e tranquilla, una vita normale. Io in carcere non ci voglio più tornare».
È dolce il sapore della libertà. Il primo permesso per andare in comunità dopo tanti anni. Erika gioca a pallavolo, fa il bagno in piscina, fa la contadina tra cani, gatti, maialini, falchi, uccelli, colombe bianche, pappagalli, caprette, conigli. E si ribalta dopo pochi metri con la carriola piena di fieno. Poi monta a cavallo, galoppa per ore in groppa a una bellissima puledra di nome Pioggia, che ha un occhio azzurro che sembra felice e un occhio marrone che trasmette malinconia. «Felicità e malinconia, un po’ come me. Infatti quando mi guarda mi sembra che capisca come mi sento».
Il papà di Erika le consiglia di allungare un po’ il tempo di permanenza in comunità prima della totale libertà. L’ingegnere De Nardo vorrebbe un passaggio più morbido e graduale. Erika gli ha promesso che ci penserà. Perché anche lei ha paura del domani, di quello che succederà fuori. Vuole bere una birra. Poi vuole fare un bagno al mare, prendere la patente, una casa in affitto. Poi un lavoro, un marito, dei figli, una vita tranquilla. «Libera davvero, dopo tutti questi anni, mamma mia, ho l’ansia».
Ma prima c’è da fare il passo più difficile e importante: «Andare da mia mamma. Lì sarà ancora più difficile. Non so se ce la farò. Al solo pensiero mi prende male. Ma devo farlo». Erika ha capito che la sua vita non può che ripartire da dove si è fermata.

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Una risposta a Panorama: Quel che resta di Erika

  1. Grazia Ignatti scrive:

    In punta di piedi.
    Entrare in punta di piedi in un dramma così delirante è impresa di non semplice conto.
    E tu, Carmelo, sei riuscito, con garbo e sensibilità a raccontare e raccontarmi la vita sperata, distrutta, spezzata e ricostruita di una ragazza che ha attraversato l’inferno dopo che il male si era impadronita di lei.
    Riuscire ad essere come la rugiada nel deserto non è semplice: ma tu lo hai fatto, rendendo più facile a noi lettori la possibilità di concedere un riscatto a quella che abbiamo considerato “un mostro”. Nella mente di ciascuno di noi, passano come fotogrammi di un film quelle scene che abbiamo tante volte immaginato e che per timore non abbiamo avuto coraggio di portare a termine, quasi fuggendo da così atroce e straziante delitto.
    La storia del padre di Erika è la prova che nel dolore bisogna trovarsi dentro per affrontarlo, e che nessuna Croce il Signore ci dà se non siamo in grado di sopportarla.
    Oggi so, grazie anche a quello che hai scritto, che su questa terra gli arcobaleni nascono dal pianto.
    Grazia

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