Rapiti… per prova (articolo)

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Pochi istanti prima sei tranquillo in una stanza, in compagnia di una ventina di imprenditori del NordEst, tutti in cerchio ad ascoltare un signore che ti sta dando il benvenuto in Afghanistan per una missione economica legata alla ricostruzione. Poi all’improvviso sei in ginocchio, le mani legate, la faccia incollata al pavimento tra le braccia protese in avanti. Uomini incappucciati e armati di fucili ti hanno appena infilato la testa dentro un cappuccio nero, stretto sul collo. C’è solo un microscopico buco in alto a sinistra, uno spiraglio di luce grande quanto una zanzara cui affidi l’ansia che ti monta dentro. Mentre cerchi disperatamente di rallentare il respiro, intorno a te senti urla incomprensibili, rumori assordanti e spari, raffiche di spari. Continui, interminabili.

A quel punto una mano ti afferra per il collo e ti trascina fuori dalla stanza; inciampi, hai paura di cadere. La mano si arrabbia, tu alzi bene i piedi da terra e tiri su le ginocchia, senti un fucile sbattere sul tuo fianco, dopo pochi metri ti ritrovi sopra qualcosa che potrebbe essere un camion. Seduto con le mani legate a una sbarra di acciaio e la testa accucciata a toccare le gambe. Fai fatica a respirare.

La parte che bisogna interpretare è questa: sei arrivato lì la sera prima, coinvolto da un intermediario italiano, Fernando Toppetta, che da anni traffica con l’Afghanistan e stavolta ha messo insieme una cordata di imprenditori allettati dalla promessa di facili guadagni. La prima volta che lo abbiamo incontrato, in Italia, ci ha parlato di appalti legati alla ricostruzione nella regione di Herat e ci ha  da presentare al plenipotenziario del governo afghano: Mohammed Ahmed Walidi. Un uomo corruttibile, stando alle informazioni di intelligence, quindi inaffidabile. Ecco perché, una volta sbarcati in Afghanistan, Toppetta ci ha subito portato nella base militare italiana, dove un sergente maggiore dei paracadutisti della Folgore, Sebastiano, ci ha spiegato rischi, precauzioni e comportamenti per eventuali situazioni di pericolo. Ovvio che lo spauracchio di tutti è quello di un rapimento. Le immagini televisive di facce imploranti aiuto e di teste sgozzate fanno capolino dalla cantina della memoria.

Sebastiano parla chiaro: non mentite sulla vostra identità, preparatevi a modi brutali perché i rapitori stessi sono in situazione di forte stress; aspettate che si tranquillizzino e poi provate a tessere un rapporto umano; non chiudetevi a riccio ma non date particolari sulla vostra famiglia. Cercate di capire se vi hanno separato dal gruppo o se gli altri sono intorno a voi. Non tenete nascosta la paura, così chi vi ha preso avrà coscienza della propria forza e abbasserà il suo livello di stress e brutalità.

Rispetto all’opzione fuga: o scappate nella fase iniziale, magari durante il trasferimento dal luogo del rapimento a quello di prigionia, oppure è meglio lasciar perdere, anche perché dopo una settimana di privazioni sarete meno lucidi. Non identificatevi troppo come vittima, restate invece positivi e comportatevi con dignità, da uomini. Durante la prigionia, però, ricordate che chi sopravvive è sempre l’uomo grigio, non il più bravo, supponente o arrogante: non sfidate mai il carceriere e non create problemi. Siate un uomo grigio…

Mai consigli ricevuti si sono dimostrati più efficaci. Durante il viaggio con la testa piegata all’ingiù, e la mano che spinge e urla se solo accenni un movimento, mentre ti chiedi se la sensazione che provi sia l’anticamera della claustrofobia, metti a fuoco alcuni elementi. Primo: non sei solo, qualcun altro vicino a te riserva lo stesso trattamento a un tuo compagno di sventura. Secondo: cerchi d’isolare ogni singola incomprensibile voce per assegnarle un’identità: il «cattivo », il «bastardo», il «filosofo». Terzo: la strada percorsa, 5 minuti di asfalto e poi una ventina di minuti di sterrato. E, quando il camion si ferma e ti trascinano a terra in un luogo all’aperto nella stessa posizione di prima, ti ripeti nella mente che devi solo lasciarli sfogare e aspettare che si tranquillizzino.

Così, all’improvviso, il tuo battito cardiaco rallenta, come il ritmo del respiro. E negli interminabili istanti in cui aliti diversi ti sputano milioni di particelle di odio a pochi centimetri dal naso ti ripeti che tutto quello che sta succedendo riguarda solo il tuo corpo. La cosa più importante è la testa, quella non gliela devi lasciar prendere. Ti aggrappi a questo nelle ore successive, sempre incappucciato, dentro un ambiente umido, per terra, senza poter appoggiare mai le spalle, testa giù, braccia in avanti e gambe ben distese. Una posizione che dopo pochi minuti equivale a una tortura.

Intanto le voci dei carcerieri vanno e vengono, se ne aggiungono altre. Ti trascinano oltre una porta: sei in piedi, ti tolgono il cappuccio, vedi un ambiente buio e il cattivo che urla. Ha il passamontagna nero, ma è più basso di te. È più basso, tu sei più forte. Urla parole incomprensibili mentre ti infila dentro una tuta arancione e un nuovo cappuccio. Ancora buio. Finisci in un’altra stanza, a terra, stessa posizione di prima, come un sacco di patate. E senti altri sacchi ammassati vicino a te.

La situazione si stabilizza; dopo un po’ ti tolgono il cappuccio. Ritrovi i tuoi compagni, accasciati lì vicino. E finalmente ti permettono di appoggiare le spalle a un muro. Sei dentro uno stanzone con le pareti e il tetto senza intonaco, i mattoni in vista. Entra il cattivo: tuta nera, passamontagna nero, parla inglese, chiede chi tra noi è il capo. Si fa avanti Gianni, il più vecchio del gruppo. Gli racconta chi siamo e il motivo per cui ci troviamo lì. Il cattivo urla: vuole soldi e il rilascio di alcuni prigionieri. Vuole che facciamo pressioni sul governo italiano. Cerchiamo di concordare una linea comune. Buffo: eravamo un gruppo d’imprenditori che prima di arrivare lì non riusciva a trovare una linea di sintesi. Il paradigma dell’impresa italiana, la piccola e media impresa, tante singole realtà di successo che non riescono a fare sistema. Ora, nella situazione di forte stress, riusciamo a mettere da parte dissidi e divisioni per trovare una posizione univoca e decisa. Intanto, dentro di te, hai già vinto: hai compreso che la morte è una possibilità. E la presa coscienza è una liberazione, ti fa ritrovare lucidità nel valutare gli elementi sul piatto. Devi essere razionale, freddo. Puoi ancora salvare la pelle e la tua azienda, se solo ti comporti come stai facendo ora, mentre hai un piede nella fossa.

Le secchiate d’acqua che l’uomo nero ti scaraventa addosso non le senti più. Tu sei già oltre, hai vinto la tua partita. E quando dopo alcune ore t’incappucciano di nuovo e ti mettono sopra un camion per portarti in un altro posto più sicuro, non hai più paura. Sei impassibile anche quando il camion si ferma tra gli spari. Metti solo la testa al riparo e aspetti che il fracasso sia passato. Interminabili minuti di attesa fino all’urlo liberatorio: «Esercito Italiano!». L’uomo che ti toglie il cappuccio ha il basco rosso e l’uniforme in ordine. La sua perfezione formale è più rassicurante delle parole: «L’esercitazione dei paracadutisti della Folgore è conclusa. I nostri mezzi vi riporteranno alla caserma Lustrissimi di Livorno». (Twitter: @carmeloabbate)

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