Noi non molliamo – L’Italia che resiste alla crisi

La ragazza dietro il banco prepara caffè corretto con grappa. Indossa una canottiera, le braccia e le spalle sono nude. I muscoli appena evidenziati rappresentano l’unico elemento di slancio ed energia all’interno del bar. Il resto è prostrazione. Le facce cremisi di clienti che non chiedono, ma indicano. La televisione, solo ele- mento d’arredo, sempre accesa come una finestra sul mondo col tg regionale che racconta la parata degli alpini a Bolzano. Il bicchiere vuoto sul banco con il residuo di vino rosso sul fondo.

Sono le 9 del mattino al bar Blues Jeans di piovene rocchette, nell’alto Vicentino, dove anche l’autostrada che negli anni ottanta si riprometteva di arrivare fino a Trento alla fine ha desistito e s’è fermata. È una domenica piovosa di un maggio inoltrato. Piero Zanetti si accascia su uno sgabello mentre la barista gli prepara il solito caffè con l’aggiunta di stravecchia. Un saluto all’amico Davide, rappresentante di materiale elettrico ed elettronico: anche lui ha la faccia un po’ così, forse perché negli ultimi 10 giorni ha fatto cinque fiere e non ha portato a casa nulla. Zero. prima i clienti almeno chiedevano il preventivo, ora manco quello. Eppure Davide vende pannelli fotovoltaici, che dovrebbero rappresentare il futuro.

Lo sguardo di piero è spento. Indossa una maglietta nera sopra pantaloni scuri e scarpe da trekking. Ha le spalle curve. Sei anni prima piero era un imprenditore metallurgico con una fonderia di pressofusione di leghe leg- gere. prendeva il metallo, lo scioglieva e ne faceva di tutto: chiavi, piedistalli, pezzi del motore delle auto, pomelli del cambio. persino per la Ferrari. aveva otto dipendenti. poi sono cominciati i guai: molti clienti in ritardo nei paga- menti, altri che dichiarano fallimento, le banche che ti stanno con il fiato sul collo. «Fai un lavoro di 30 mila euro» sospira «ma non ti viene pagato; pre- senti le ricevute in banca ma non te le scontano e in poco tempo ti ritrovi dentro un vortice».

È la crisi. I dipendenti se ne vanno via uno alla volta e alla fine piero chiude l’attività. Con una moglie e un figlio di 9 anni, negli ultimi mesi s’è adattato a fare di tutto: il giardiniere, l’imbianchi- no, il muratore… alla fine è riuscito a trovare un posto come operaio, con uno stipendio da 1.300 euro al mese in una grossa impresa del settore. «Se non avrò alternative rimarrò sotto padrone: mi hanno anche offerto un incarico da responsabile, ma diciamo che non è più nel mio carattere».

Piero ha debiti con il fisco e con le banche, la casa ipotecata, e anche il rapporto con la moglie è compromesso. «però io non mi impicco. anche se una volta ho pensato di buttarmi giù da un cavalcavia, non lo farò mai. Ho un figlio di 9 anni». La voce gli trema, gli occhi diventano lucidi. aggiunge: «Lui non ha colpe».

La domenica mattina Piero si mette in auto e va a trovare i suoi macchinari, parcheggiati dentro il capannone prestato da un amico. Presse, forni, lubrificatori, braccia meccaniche: por- tano impressi i segni dell’inattività e della fatica. Sembrano soldati accam- pati con stracci e pochi viveri in attesa della chiamata del comandante per riprendere a combattere.

Eccolo il Veneto che non si arrende. accusa il colpo, magari finisce in ginocchio, ma resta aggrappato con le unghie e con i denti al presente, nella speranza di un futuro. Il Veneto che non si piange addosso e non si ammazza. al massimo spegne la televisione e non legge più quei giornali dove le cronache hanno sostituito le saghe di Cogne e di avetrana con le notizie di suicidi per cause economiche, vere o presunte.

Eccolo il Veneto di quattro amici al bar che il giorno dopo sono impresa, capannoni e fatturato. E al bar ci tornano guidando un suv. La cultura del fare, del lavoro indipendente che genera l’inedito capitalismo dell’uomo qualunque, un particolarissimo modello postfordista. Che si afferma con il boom degli anni ottanta e, come ha saputo raccontare il sociologo Ilvo Diamanti, avrebbe dovuto incassare, ma li aspetta da 7 mesi. «Intanto la banca ti chiama e chiede conto delle due o tre rate di mutuo saltate» racconta. «Ma io non posso mollare, bisogna tenere duro. Nei momenti di sconforto guardo i miei bambini e trovo la forza per andare avanti». Il primo appuntamento al quale non può mancare è il battesimo del figlio più piccolo, a fine maggio.

Già, i figli. Diego Moscheni fino a qualche anno fa aveva una grande casa, macchina di lusso, studio di proprietà in centro a Treviso e barca in acqua a Lignano. Frutto di una attività di ela- borazione dati per le imprese: circa 400 clienti e una quindicina di dipendenti. Quando sono cominciati i rovesci li ha aiutati uno per uno a trovare un’altra sistemazione, in alcuni casi anche con preavvisi di 10 mensilità. Lui, invece, ha cambiato regime alimentare e di vita, è diventato vegetariano, e oggi che ha 60 anni non conosce più il senso

della stanchezza e della mancanza di lucidità. Oggi Diego continua a offrire consulenza fiscale e formativa alle im- prese, ma come libero professionista. Ha lasciato la vecchia casa e venduto la barca, va al mare al mattino per tornare la sera con una Mercedes del 2001 dotata di impianto a gas. «Sono speranzoso» dice «perché ho fiducia nelle mie capacità professionali e re- lazionali. Gli imprenditori chiedono un’alternativa, vogliono riposizionarsi sul mercato, ampliare la loro attività, anche cambiarla se serve. Chi si uccide ha alle spalle anche altri problemi. Non dev’essere la lettera di una banca o dell’Equitalia a far crollare tutto quello che hai costruito nella vita. Anche se abbiamo vissuto per anni una sorta di follia collettiva, un esasperato senso di consumismo e benessere che ha finito per sradicarci».

Fernanda Bottega passa le sue gior-nate negli avamposti di Conegliano

Veneto, Castelfranco e Montebelluna. I tartari sono arrivati, lei sta provando a non farsi trovare impreparata. Sposata, con due figli, Fernanda ha 50 anni e fino all’anno scorso nei tre centri aveva cin- que negozi di abbigliamento con sette dipendenti e altrettanti collaboratori a chiamata. Nel settembre 2011 gli incassi sono calati di colpo del 50 per cento. Il primo negozio lo ha chiuso, il secondo abbasserà le saracinesche da luglio, la metà degli impiegati li ha licenziati.

È la strategia dell’emergenza, che guarda alla messa in sicurezza dei conti. «Cammini sospesa sopra il filo che deli- mita il fido in banca» dice Fernanda. «Se sbagli un passo, gli interessi schizzano, ti chiedono di rientrare e sei costretta a vendere una parte delle tue attività».

Poi c’è la strategia a lungo termine, che guarda allo sviluppo e prepara una opzione alternativa. Per Fernanda con- siste in una nuova attività da consulente per una linea di salute e benessere di

una multinazionale americana. «a 50 anni non è facile ricominciare da capo» riconosce «ma è il momento di tirar fuori il carattere e di guardare avanti. nella speranza che anche il governo ci dia una mano, perché veniamo spremuti come limoni».

Patrizia Gobat ha sperimentato sulla sua pelle gli effetti di due fenomeni che hanno riempito le cronache finanziarie in questi anni: le acquisizioni e fusioni bancarie, i ritardi nei pagamenti nella pubblica amministrazione. patrizia ha 53 anni, vive a portogruaro (Venezia), dove ha un’impresa cooperativa che offre formazione alle aziende: 10 soci lavoratori, una quarantina di docenti con contratti a incarico. Lavorava con gli enti pubblici e parlava con i direttori delle famose e tramontate banche sul territorio, che conoscevano ogni sin- golo cliente ben al di là dei parametri numerici. poi regioni e comuni hanno iniziato a pagare con 12-18 mesi di ri- tardo e in banca sono arrivati i dirigenti spediti dalla sede centrale a farsi le ossa sul territorio.

patrizia ha acceso un mutuo sulla sua abitazione, ipotecata, e ha buttato i soldi nella sua attività. «perché non posso abbandonare i giovani motivati e preparati che come me hanno creduto e investito in questa realtà».

È il momento di rimboccarsi le ma- niche, insomma. proprio quello che ha fatto Cristian Sgarbossa, 38 anni, geometra di Tombolo, nel padovano: uno studio tecnico e un’impresa con un totale di una decina di dipendenti. La sua vita è cambiata, come il suo lavoro e i suoi abiti. perché un tempo Cristian era un uomo da tecnigrafo e computer, disegnava e faceva disegnare progetti. adesso prima fa il progetto in studio, poi passa da casa a cambiarsi, si mette in pantaloncini e maglietta e va a lavorare in cantiere. Fa l’autista, lo scavatore, il carpentiere, il muratore. perché quando la crisi morde, bisogna anche provare a confonderla

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14 risposte a Noi non molliamo – L’Italia che resiste alla crisi

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