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7 ore fa

Carmelo Abbate

Lei è Valentina, ha due anni. Vive a Pollena Trocchia, in provincia di Napoli. È il 12 novembre del 2000. Valentina è nel negozio di fiori dello zio, Fausto Terracciano. È in braccio ai genitori. Si sente un rumore di motociclette. Si fermano davanti alla vetrina. Sono in quattro. Sono armati. Sparano all’impazzata. È una raffica. Sembra grandine. Sono proiettili. I genitori di Valentina si rialzano. Sono feriti. Anche lo zio si rialza. È ferito. Lei rimane a terra. È stata colpita alla testa. Valentina muore il giorno dopo in ospedale. Al suo funerale vengono distribuiti i confetti. Neri. Loro sono De Simone, Improta, Molaro e Fiorillo. Hanno poco più di vent’anni. Sono killer di professione. Appartengono al clan Veneruso. Hanno ricevuto un ordine: ammazzare Domenico Arlistico, un boss rivale. Ma non si trova, è sparito, nessuno riesce a scovarlo. E c’è una questione tra clan che va regolata. Qualcuno deve morire. Non si scappa. In assenza di Arlistico, si punta su Fausto Terracciano. La morte di Valentina è un cazzotto in faccia alle istituzioni. È morta una innocente, una bambina. Le forze dell’ordine scatenano una caccia all’uomo. La gente vuole la testa degli assassini. I clan sono accerchiati. I quattro devono essere puniti. Vengono convocati a Cerveteri. È una trappola. Qualcosa va storto. Improta e De Simone vengono uccisi, Molaro e Fiorillo scappano. Ma capiscono che non hanno scampo. Diventano collaboratori di giustizia. Accusano il boss Gennaro Veneruso e Ciro Balzano. Nel 2013 Balzano viene assolto. Veneruso viene condannato all’ergastolo dalla Corte d’assise d’appello di Roma. È lui il puparo.
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#carmeloabbate #storienere
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18 ore fa

Carmelo Abbate

Lei è Ilaria. Lei è una persona normale. Ha una mamma, maestra. Ha un papà, geometra. Ha un fratello, anche lui geometra. Ha un marito. Ilaria si sposa a 26 anni, due anni dopo nasce Valerio, sei anni dopo arriva Giulia. Tutta la sua famiglia vive a Roma. La sua vita è fatta di punti di riferimento, certezze, prospettive. Si appoggia sui genitori e sul marito, non prende mai una decisione da sola. Ilaria è precisa, nei toni e nei modi. La classica perfettina. Lavora, fa l’amministratrice di condominio. È il 15 ottobre del 2009. Il fratello Stefano viene fermato dai Carabinieri. Gli trovano in tasca 20 grammi di hashish. Il giorno dopo si tiene l’udienza di convalida del fermo. Stefano Cucchi viene portato davanti al giudice con una scheda che lo qualifica come uomo di nazionalità straniera e senza fissa dimora. Il giudice dice che deve rimanere in carcere. Ilaria cerca di ottenere l’autorizzazione per fargli vista. Niente. Ilaria crede nelle istituzioni, pensa sia comunque in buone mani. Non può succedergli nulla. Stefano Cucchi muore. Solo. Chissà, forse pensando che la sua famiglia lo abbia abbandonato. Lei è Ilaria, la perfettina. È dentro un obitorio. Sul tavolo, sotto i suoi occhi, il corpo senza vita del fratello. È martoriato, scheletrico, violaceo. Accanto a lei, i genitori. A malapena si reggono in piedi. Tutto attorno, urla, pianto, strazio. Vuoto. Ilaria guarda il fratello. È colpa sua, doveva salvarlo, non lo ha fatto, non ha potuto, non ha saputo. È colpa sua. Ora andrà fino in fondo. Ilaria infila le mani nella borsetta, tira fuori il telefonino, lo punta verso il cadavere. Non farlo, le dicono. Non puoi, non devi consegnare la memoria di Stefano alla sua immagine devastata. Lei scatta. Poi prende le fotografie e le spedisce a tutti i giornali. Da quel momento, smette di essere mamma, figlia, moglie. Da quel momento diventa la sorella. La sorella di un ragazzo che non uccise la morte, ma chi volle cercargli l’anima a forza di botte.
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#carmeloabbate #storienere #stefanocucchi #ilariacucchi
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1 giorno fa

Carmelo Abbate

Lui è Jean-Claude. È un bambino timido, educato e diligente. Figlio e studente modello, l’orgoglio di mamma e papà. Siamo in un piccolo paese della Francia, vicino la Svizzera. Jean-Claude si diploma e va a studiare medicina a Lione. I genitori gli hanno comprato un piccolo appartamento. Qui frequenta le lezioni del primo anno insieme a Florence, una lontana cugina di cui è innamorato. Tutto scorre tranquillo. È mattina. Jean-Claude deve presentarsi all’esame di ammissione al secondo anno. Non si alza dal letto, non ci riesce. I genitori lo chiamano, chiedono dell’esame. Lui dice che è andato benissimo. Finge di laurearsi. Nel 1980 sposa Florence. Dice alla moglie, agli amici e a i genitori di aver trovato lavoro all’organizzazione mondiale della sanità di Ginevra. Per tutti, Jean-Claude Romand è un luminare, con amici molto potenti. Lui si sveglia la mattina, accompagna la moglie al lavoro e i bambini a scuola, poi passa le sue giornate nei boschi, nei parcheggi, aspettando la sera. Per un periodo continua ad attingere soldi dal conto dei genitori, poi convince amici e parenti ad affidargli grosse somme di denaro per investimenti molto vantaggiosi. Nel 1991 incontra Corinne, diventa la sua amante. Convince anche lei ad affidargli denaro da investire. Ma a poco a poco il castello di bugie che ha costruito comincia a mostrare le prime crepe. Un amico scopre che il suo nome non figura fra quelli dei membri dell’organizzazione mondiale della sanità. Sua moglie non può mai andare a trovarlo sul luogo di lavoro. Si insospettisce. La sua amante gli chiede indietro i soldi. Il 9 gennaio del 1993 Jean-Claude Romand uccide la moglie e i figli. Poi va a casa dei genitori. Li ammazza. Ammazza anche il cane. Tenta di uccidere anche l’amante. Non ci riesce. Torna a casa, prende dei sonniferi e dà fuoco alla casa. Lo trovano ancora vivo. Il 25 giugno del 1996 Jean-Claude Romand è stato condannato all’ergastolo. Il 25 aprile scorso gli è stata concessa la libertà condizionale. Dalla sua storia Emmanuel Carrère ha tratto il libro “L’avversario”.
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#carmeloabbate #storienere
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2 giorni fa

Carmelo Abbate

Lei è Antonia. Lei è solo una ragazza. Lui ha la sua età. Si sposano, non hanno nemmeno compiuto vent’anni. Lei è Antonia, ora ha una bambina attaccata al seno. Esce latte. Lui è in piedi. Estromesso. Lui le sferra due pugni sulla schiena. Lei è in mezzo, tra i colpi e la figlia che si nutre. Il suo corpo assorbe violenza e diffonde linfa vitale. Quei cazzotti non trovano via di fuga, vanno a depositarsi in un piccolo ripostiglio del cervello. Lei è Antonia. Lei è una donna che manda avanti la casa, prepara da mangiare, lava, stira. Lava anche le case degli altri, le scale degli altri, dalla mattina alla sera, per dieci euro all’ora. Lei è Antonia. Lei è la moglie di un uomo che non lavora, non guadagna. Ruba, beve, si droga. Un uomo che non la invita a uscire, non la porta a ballare. Lei è Antonia. Lui è il padrone. Lei è sua proprietà. Lui ordina, lei esegue. Lui vuole le sigarette, lei si alza. Lui ha fame, lei cucina. Lui sporca, lei pulisce. Lui ha voglia di scopare, lei è carne. Lui ha i coglioni girati, lei le busca. Lui si incazza, lei è troia, puttana. Lui dice che prima o poi la sgozza come un maiale. Lei è Antonia. Lei è la mamma di una bambina educata, rispettosa, di una ragazza responsabile, che studia, va bene a scuola. Deborah, la sua Deborah, che dà un senso a tutti i suoi sacrifici. Una ragazza che quando torna a casa si chiude in camera perché non vuole incontrare il padre. Lei è Antonia. Lei non è una donna sola. Può contare sulla sorella del marito, Nadia, sempre pronta a correre in sua difesa. Lei è Antonia. A un certo punto dice basta. Parla con i carabinieri. Denuncia. Lui viene arrestato. Lei è Antonia. Lui è uscito di prigione, è tornato. Lei ora ha davanti a sé i servizi sociali. Sono arrivati in casa. Vogliono sapere tutto, pure i voti della figlia a scuola. Lei è Antonia, una mamma con il fiato sospeso fino al giudizio finale: è una mamma idonea. Lei è Antonia. Lei è una donna che da quel momento in avanti si prende le botte per tenersi la figlia. .
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#carmeloabbate #storienere #cronacanera
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2 giorni fa

Carmelo Abbate

Lui è Antonio Ciontoli. Questa mattina il mio avvocato Stefano Toniolo ha depositato una denuncia-querela contro il blog “Il Giusto Processo”, nel cui dominio figura il suo nome. Premetto che nel febbraio scorso la famiglia Ciontoli mi ha querelato per il reato di istigazione a delinquere, ipotizzando un presunto legame tra un mio intervento a Quarto Grado in cui auspicavo una giustizia “spietata” nel processo per la morte di Marco Vannini, e una lettera minatoria, indirizzata alla stessa famiglia, che faceva menzione del mio nome. Su questi fatti, la procura della Repubblica di Milano ha chiesto l’archiviazione, i Ciontoli si sono opposti, il procedimento è sul tavolo del giudice per le indagini preliminari. Veniamo ai nuovi fatti. Il 20 giugno del 2017, quasi due anni fa, avevo scritto un post sul suicidio di Marco Prato, arrestato per l’omicidio di Luca Varani. “Marco Prato è morto, lo stato ha fallito, la giustizia ha perso”. Questo il testo con il quale esprimevo il mio disappunto per uno Stato che non aveva assolto il compito di rieducazione e custodia di una persona privata della libertà. Molti lettori mi avevano criticato per la mia posizione garantista. Tra questi, Patrizia Patti: “Carmelo, ti seguo e ti stimo, ma se avesse fatto a un tuo fratello o figlio?”. La mia risposta: “Probabilmente lo avrei ammazzato con le mie mani, avrei saziato la mia sete di vendetta, ma non avrei mai demandato il compito allo Stato. Lo Stato non può e non deve consumare la tua vendetta”. Quasi due anni dopo, queste mie parole sono state ritagliate e incollate su Facebook sotto un mio post su Marco Vannini, facendo credere ai lettori che fossero riferite ai Ciontoli. Da qui sono sono finite sul blog “Il Giusto Processo”, dove mi si accusa di fomentare “gravissimi atti di violenza" contro gli stessi Ciontoli. Peccato si tratti di un collage fatto da chi mi vuole male. Chiedo dunque alla famiglia Ciontoli di assumersi la paternità di un sito che riporta il nome di Antonio Ciontoli nel dominio, oppure di indicare, se lo conoscono, chi gestisce un blog che utilizza il nome Antonio Ciontoli.
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#carmeloabbate #storienere #marcovannini
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3 giorni fa

Carmelo Abbate

Lui è Stefano. È un ragazzo alle prese con amori non corrisposti. Dimostra molti anni in meno, quelle della sua età non lo filano. Lui si rifugia nella pornografia, sesso a portata di mano senza interazione, né delusione. Stefano studia, si laurea in Lingue, parte, va negli Stati Uniti e in Cina. Torna a Venezia, non trova un lavoro all’altezza delle aspettative. Insegna inglese in una scuola privata. Lei è Anastasia. È una sua allieva. Anastasia è russa, sposata, matrimonio infelice. Lui si innamora. Vanno insieme alle terme, poi in Russia e in Croazia. Dormono in camere separate. Lei è chiara: solo amicizia. Siamo a settembre del 2016. Anastasia si separa dal marito. Un mese dopo Stefano le fa una sorpresa in aeroporto. Lei è in arrivo dalla Russia, lui la aspetta con un mazzo di fiori. Lei abbraccia un altro, glielo presenta, è il suo fidanzato. Stefano è sconfitto. Si chiude in casa con video porno di donne violentate dopo essere state stordite. Fuori è un uomo di cinquant’anni con l’aspetto da intellettuale. Persona a modo, tranquilla, educata. Sono i primi mesi del 2017. Anastasia ha un nuovo fidanzato, hanno deciso di sposarsi. Lo presenta agli amici, anche a Stefano. Lui è Biagio Buonomo, ha 32 anni, ingegnere aerospaziale. È il 17 giugno. Il professore Stefano Perale invita a cena la coppia. Li accoglie in casa con un cocktail, nel quale ha versato un potente sonnifero. Anastasia ha 31 anni, è incinta di 5 mesi. Finisce stesa sul letto di una stanza dove ci sono delle telecamere accese. Lui si slaccia i pantaloni. La stupra. La uccide con un panno intriso di cloroformio. Continua a stuprarla. Passa al fidanzato. Biagio reagisce timidamente. Lui lo finisce con dei colpi di spranga sulla testa. Poi cerca di trascinare fuori il cadavere. È pesante. Desiste. Chiama la polizia: Venite, ho ammazzato due persone.
Stefano Perale, 52 anni, è stato condannato all’ergastolo. I suoi avvocati hanno presentato ricorso. In questi giorni inizia il processo d’appello. .
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#carmeloabbate #storienere #cronacanera
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3 giorni fa

Carmelo Abbate

Lei è Yara. È il 26 febbraio del 2011. Sono passati tre mesi dalla sua scomparsa. Alle cinque del pomeriggio, un uomo sta facendo volare un aereo telecomandato sopra un campo incolto, a Chignolo d’Isola, una decina di chilometri da Brembate. Lui è Ilario Scotti. Il modellino cade. L'uomo corre a raccoglierlo, lo prende, fa per tornare indietro, ma si blocca: c’è qualcosa, qualcuno, mimetizzato fra le sterpaglie. Scotti si avvicina, mette a fuoco l’immagine. Chiama il 113, dice che c'è un corpo, sembra di una donna. I poliziotti lo pregano di non muoversi. Una volante è già partita, sarà lì a minuti. La fanno facile, loro, al telefono. Scotti non riesce a sopportare la vista del cadavere. Si allontana di qualche metro facendosi largo nella sterpaglia. Poi si volta, guarda indietro. Dov’è? Dov’è finito? Il corpo è sparito. Scotti lo cerca in mezzo all’erbaccia, alta fino alla cintura. Tra poco arriveranno i poliziotti e lo prenderanno per pazzo, pensa fra sé... In quelle stesse ore, il telefonino di Yara continua a ricevere chiamate e messaggi dalla sorella e dalla mamma.
Ieri Yara avrebbe compiuto 22 anni. Sarebbe stata una ragazza, una donna, e noi probabilmente non l’avremmo mai conosciuta, non avremmo saputo della sua esistenza. Lei sarebbe cresciuta con la sua famiglia, le sue amiche, i suoi amori, avrebbe vissuto una esistenza anonima. Invece eccola qui, famosa ma sempre la stessa. Con quell’apparecchio sui denti, con quel suo sorrido ingenuo e radioso, con quella faccia che ci guarda, ma non cresce mai. Yara ha determinato il mio percorso professionale, lo ha spostato, gli ha cambiato binario. Non fosse scomparsa, non fosse morta, quasi sicuramente io oggi farei altro. È entrata nella mia vita durante un gelido novembre del 2010, e ci rimarrà fino alla fine dei miei giorni.
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#carmeloabbate #storienere #cronacanera #yara
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4 giorni fa

Carmelo Abbate

Lui è Lorenzo, ha 41 anni, una figlia, una moglie, una mamma anziana che non ci vede quasi più. Lui non sa che la figlia è stata felice solo nei primi anni della sua vita, quando c'era il nonno. E che da quando il vecchio è morto, la sua esistenza è diventata un inferno. Lui non sa che ogni sacrosanta sera, mentre si infila sotto le coperte, la figlia sente che verrà la notte, maledetta, e lei farà lo stesso identico incubo: il padre che arriva e ammazza nel sonno lei, la mamma e la nonna. Lui non sa che la figlia non parla di lui a scuola o con le amiche, perché si vergogna di lui. Lui non sa che la figlia vive l’angoscia dei momenti sereni, perché sente che finiranno presto, le toccherà tornare a casa, dove troverà il consueto inferno. Lui non sa che la figlia dorme con un cofanetto di coltelli nel comodino, perché ha paura di lui. Lui non sa che la figlia sogna di scappare, fuggire via, lontano, all’estero. Lui non sa che la moglie non lo ha più denunciato perché teme che il tribunale le porti via l’unica cosa buona della sua vita: la sua amata figlia. Lui non sa che la figlia è bravissima a scuola, la migliore in Filosofia. Lui non sa che cos’è la Filosofia. Lui non sa che la figlia sgobba sui libri perché vede nel diploma, nello studio, la sua unica via di fuga, materiale e spirituale. Lui arriva a casa la domenica mattina alle cinque meno dieci, ubriaco, drogato, prende a calci la porta, urla vi ammazzo tutte, puttane, vi sdrumo, picchia anche la zia accorsa dal piano di sopra, riempie di botte la compagna, le ordina di uscire per andare a comprare due birre. Lui insegue le donne scappate in pigiama, urla comando io, poi strattona la nonna, sua madre, ormai cieca, al che la compagna reagisce, prova a dargli uno schiaffo, lui lo schiva, la colpisce con un pugno in faccia, l’afferra per il collo da dietro, e a quel punto Deborah si mette in mezzo. Lui sa soltanto che l’ultima cosa che ha visto prima di andarsene è la faccia di sua figlia, le sue lacrime disperate. Lui sa soltanto che le ultime parole che ha sentito prima di andarsene sono quelle della figlia: papà non mi lasciare, ti prego, ti voglio bene.
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#carmeloabbate #storienere #cronacanera #deborah
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4 giorni fa

Carmelo Abbate

Lui è Fausto, un bambino fragile. Il suo papà muore in un incidente stradale mentre lui è nella pancia della madre. Lui cresce tra mille difficoltà con la mamma, e con il supporto dei nonni. Muore il nonno. Fausto è adolescente. Accusa il colpo. Esce di casa, non torna, non si trova. La mamma deve andare a cercarlo. Lei è sola, fa quello che può, chiede aiuto ai servizi sociali, cerca il sostegno di uno psicologo. Insieme decidono di allontanarlo da Padova e dalle cattive compagnie. Va a vivere dentro una comunità di Reggio Emilia. Qui Fausto trascorre la fase matura dell’adolescenza. Qui Fausto cammina sopra un filo, sospeso tra periodi di serenità e altri di sbandamento. Passano gli anni. Fausto è cresciuto. Decide di non tornare più in Veneto e di restare a Reggio Emilia. Finisce dentro il tunnel della droga. Entra in comunità. Cerca a fatica di ritrovare un po’ di equilibrio. Si fa apprezzare. Dimostra di essere generoso. Si disintossica. Si iscrive a una scuola per diventare parrucchiere. Ci riesce. Dimostra di avere talento. Lavora in un negozio di Correggio gestito da cinesi. Si innamora di una ragazza conosciuta in comunità. Per un periodo i due convivono, poi si lasciano. Lui le scrive un messaggio, le dice che l’amerà per sempre. È sabato 18 maggio. Fausto Dal Moro ha 36 anni. È seduto accanto all’amico Luigi Visconti, 39 anni, al volante di una Bmw che sfreccia a tutta velocità sulla corsia di sorpasso in autostrada. Fausto prende il telefonino. Riprende l’amico alla guida. Il contachilometri segna 220 all’ora. Il video è in diretta Facebook. Si sentono le voci che dicono facciamogli vedere a quanto andiamo, questa macchina è un mostro, si va al coca party. Pochi istanti dopo, finiscono contro un guard rail. Scendono, vengono falciati da un’auto. Muiono. Tutti e due. Su Facebook vengono ricoperti di insulti.
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#carmeloabbate #storienere #faustodalmoro
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5 giorni fa

Carmelo Abbate

Lei è Deborah. È una ragazza triste. È gentile, carina, ma non riesce a sorridere. Lei studia, frequenta il liceo artistico, è appassionata, vince le selezioni per le olimpiadi di filosofia. La migliore della scuola. Al pomeriggio sta al bar della bocciofila, tra le case popolari di Monterotondo. Si siede, studia, a volte con il fidanzato Matteo, si alza, fa un caffè, lo serve al tavolo ai pensionati, poi di nuovo sui libri. Lei sogna. Di fuggire, andare all’estero. Lontano. Lui è Lorenzo Sciacquatori. Lui è il padre di Deborah. Era un pugile, uno che avrebbe potuto lottare per un mondiale. Gli è morto il padre, ha accusato il colpo, è cambiato. Lui beve, si droga, tira pugni a un sacco appeso al soffitto del garage. Picchia la moglie, anche quando è incinta, pure mentre allatta al seno la piccola Deborah. Lei lo sopporta. Alcol, droghe, calmanti. Sono botte da orbi, anche per un carabiniere che nel 2016 rimedia un morso. Lui finisce sei mesi in galera, resistenza a pubblico ufficiale. Sei mesi di pace in casa. È domenica, sono le cinque del mattino. Deborah, la mamma, la nonna, stanno dormendo. Lui rientra. Il momento solenne viene annunciato con una serie di calci alla porta. È ubriaco. Deborah scatta in piedi, si chiude in una stanza con la nonna. È la più fragile, ci vede male, ha paura che le faccia del male. Lui si sfoga con la compagna, la mamma di Deborah. Urla, insulti. Le donne decidono di abbandonare casa. Deborah è terrorizzata. Prende un coltello, lo mette in tasca. Le donne scendono per le scale. Lui le insegue. Sono nell’androne del palazzo. Lui prende a pugni in faccia la mamma di Deborah. Poi punta lei e la nonna. Deborah lo colpisce. Lui muore. Toccherà all’autopsia stabilire l’origine della ferita da punta all’orecchio. Coltellata o impatto da caduta dopo il pugno della figlia. Toccherà al giudice stabilire se si è trattato di omicidio o legittima difesa. Deborah ha perso un padre, suo padre. Quel padre che una volta a terra ha preso tra le braccia in lacrime: “Papà, papà, perdonami. Papà. Non volevo. Non mi lasciare papà. Io ti voglio bene”.
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