Io, vittima di un prete pedofilo

Quando si parla di scandali sessuali nella chiesa cattolica non bisogna dimenticare il calvario delle vittime. Ecco una testimonianza tratta dal mio libro Golgota.

 

vittima_pedofilia

 

Avevo dodici, tredici anni. Facevo le scuole medie. Ero

un ragazzo sensibile, riservato, spesso mi ritrovavo a piangere

per piccole incomprensioni o per le più comuni crisi

adolescenziali. Ero timido, un po’ fragile.

Frequentavo la parrocchia, prima per il corso di preparazione

alla cresima, poi sono entrato a far parte del gruppo

giovanile; l’esserne parte mi faceva sentire protetto, mi

infondeva sicurezza, dava quasi un senso alla mia vita.

A casa la vita sembrava scorrere in modo normale. Dico

sembrava perché io in realtà vivevo la mia famiglia con

molta sofferenza. Il rapporto con mio fratello maggiore

era un disastro. Un litigio continuo. Avevamo caratteri

molti diversi. La sua personalità forte si scontrava con la

mia sensibilità. Nascevano liti furibonde. Mia madre era

disperata.

Mi sentivo schiacciato, incompreso. Mi sembrava che

nessuno mi ascoltasse e desse importanza al mio dolore e

alla mia sofferenza interiore. Mi sentivo solo.

Piangevo spesso tra le braccia di mia madre.

 

Povera donna, non ce la faceva più. Era esausta, toccava

tutto a lei. Schiacciata dagli impegni e dalle responsabilità

di lavoro e della famiglia. Si occupava lei di noi quattro

figli. Sola, senza nessun aiuto.

Mio padre non era mai in casa.

Sempre al lavoro o alle riunioni di partito. Un padre

assente. Sono pochi i ricordi impressi nella mia mente di

me e lui soli. Io e lui, senza tutti gli altri. Abbracci, attenzioni…

Non ricordo nulla.

Lui non ha mai saputo niente della mia vita e non ha

mai saputo prestare ascolto alle mie emozioni, ai miei turbamenti

da adolescente, alle mie paure, alle mie gioie, ai

miei dolori.

Avevo bisogno di essere ascoltato, capito. A casa non

ero sereno.

I due uomini della famiglia mi ignoravano, mentre io

cercavo il loro amore.

Tutte queste cose andai a raccontarle a don Marco, che

a quel tempo frequentava la nostra casa. Era molto amico

dei miei genitori, noi ragazzi lo consideravamo quasi di

famiglia.

Avevo quattordici anni.

Parlai con lui delle mie frustrazioni e della sofferenza

per la mancanza di affetto paterno e per le incomprensioni

con mio fratello. Trovai in lui un padre spirituale.

Iniziai a frequentare la parrocchia in modo assiduo. Facevo

volontariato, servivo la messa quasi ogni sera, partecipavo

a tutte le attività giovanili.

Mi sentivo parte di una nuova famiglia, e questa volta

con un padre che si prendeva cura di me, che mi chiedeva

come stavo, che ascoltava le mie gioie, i miei dolori e tutte

quelle esperienze che attraversavano la mia adolescenza.

Insieme a me c’era un gruppo di ragazzi più vicini a

don Marco, il drappello degli eletti, come qualcuno li chiamava.

 

Don Marco era sempre più gentile e affettuoso, ci invitava

a cena, ci portava al mare, a volte anche in montagna.

In pochi mesi avevo scoperto qualcosa di idilliaco, finalmente

mi sembrava di essere felice e circondato da tanto

affetto.

Un affetto che cominciò presto a manifestarsi in maniera

un po’ troppo fisica.

Ricordo una sera, potevano essere le otto. Guardavo la

televisione in sagrestia, don Marco finiva di chiudere la

chiesa.

Ricordo quella scena come fosse adesso.

Io ero seduto sulla sua sedia, vicino alla scrivania.

Lui entrò e io feci il gesto di lasciargli il posto.

Lui mi abbracciò. Un abbraccio più lungo del solito.

Mi disse di non preoccuparmi, di non alzarmi, di continuare

a guardare la tivù, e di sedermi sulle sue ginocchia.

Feci come mi aveva detto lui.

Continuai a guardare la tivù. Ero un po’ teso.

Lui cominciò ad accarezzarmi le braccia.

La schiena.

Lentamente.

Quasi senza interesse.

Le sue mani arrivarono pian piano sotto la mia maglietta.

Ero teso, ma mi rassicuravo. Stai tranquillo, è don Marco,

l’amico di papà, non ti farebbe mai del male.

Mi baciò sul collo.

Mi irrigidii.

Mi sentivo confuso.

Lui lo avvertì. Si tirò un po’ indietro.

Mi chiese se volevo che mi accompagnasse a casa in

macchina.

Dissi di sì.

Silenzio.

Improvviso.

Nuovo.

 

Gelido.

Arrivati sotto casa mi disse: “Ti voglio bene”. Mi strinse

in un forte abbraccio.

Che sciocco. Mi vuole bene e voleva solo dimostrarmi

il suo affetto.

Mia madre mi aspettava per cena. Mi vide strano, mi

chiese cosa avessi, io dissi che era tutto a posto e che mi

sentivo solo un po’ stanco. Dentro di me morivo dalla voglia

di parlare con lei, di raccontarle tutto, di farle mille

domande. Ma la vergogna mi bloccava, mi stringeva lo stomaco

e mi faceva mancare il respiro.

Passai una notte agitata. Piangevo, non riuscivo a dormire.

La mattina dopo il cielo mi sembrava sereno. Come

sempre.

Per un po’ non successe più nulla. Le cose andavano alla

stessa maniera, sia in parrocchia sia in casa. Fino a quando

ebbi un violento litigio con mio fratello.

Ricordo bene quel giorno, perché era tanta la rabbia che

ridussi un piatto in mille pezzi e scappai di casa urlando e

sbattendo la porta.

Avevo bisogno di parlare con qualcuno. Andai in parrocchia

da don Marco. Lui era in sagrestia. Entrai. Scoppiai

in lacrime. Stavo male, avevo bisogno di essere ascoltato.

Avevo bisogno di un abbraccio paterno.

E così fu.

Cominciai a rilassarmi. Don Marco era accanto a me, io

avevo la testa appoggiata sulla sua spalla.

Iniziò con dei baci sulla fronte. Poi scese sul collo.

Io tenevo gli occhi chiusi. Ero confuso, agitato.

Tutto era silenzio, la parrocchia era vuota. Erano le prime

ore del pomeriggio.

Le sue mani finirono di nuovo sotto la mia maglietta.

Mi sentivo il sangue bollire. Non capivo cosa stesse succedendo.

Ora le sue mani scendevano nei miei pantaloni.

 

I miei occhi restavano chiusi.

Piano piano mi tolse i vestiti di dosso.

Non sapevo come reagire.

Avevo paura di parlare.

Cominciò a baciarmi sul petto.

Aprii gli occhi.

Provavo una sensazione strana.

Non avevo il benché minimo pelo pubico.

Avevo la pelle bianca.

Lui continuava.

Io cominciai a tremare.

Sentii il bisogno di andare in bagno per fare la pipì.

Poi all’improvviso mi sentii rilassare.

È questo il ricordo della prima eiaculazione della mia

vita. Non sapevo ancora cosa fosse. Non avevo mai provato

a masturbarmi.

Non sapevo cosa pensare.

Il mio corpo non smetteva di tremare.

Bussarono alla porta della sagrestia. Era una signora che

doveva fare le pulizie.

Don Marco mi fece rivestire in fretta.

Mi disse: “Stai qui, mentre io vado ad aprire la porta

della chiesa”.

Rimasi immobile a guardare il soffitto.

Sentivo vergogna.

Avevo fatto cose sporche.

Volevo nascondermi.

Sprofondare.

Togliermi la vita.

Tornai a casa, andai in salotto. Volevo chiamare mia

madre, raccontarle tutto, piangere sulle sue ginocchia. Lo

avevo fatto tante volte. Lo avrei fatto anche questa volta.

No. Avevo vergogna. Cosa avrebbe pensato mia madre?

Che ero un cattivo ragazzo. Che avevo fatto le cose

sporche col prete.

 

Dovevo spegnere il mio dolore.

Presi la bottiglia di whisky che c’era in salotto. Provai a

bere. Un veleno disgustoso.

Poi era tutto diverso. Non riuscivo a stare in piedi. Mi

addormentai per terra. Sotto il tavolo.

Il giorno dopo avevo paura di andare in parrocchia, non

sapevo come comportarmi. Dissi a tutti che avevo mal di

pancia e rimasi a casa.

Successe ancora, poco tempo dopo.

Don Marco fece in modo di restare solo con me.

Io tremavo.

Era sera. Eravamo in sagrestia. Chiuse la porta a chiave.

Si avvicinò e mi disse: “Mi sei mancato, io ti amo”.

Mi sentivo morire. A ogni bacio. A ogni contatto.

Ma bastava chiudere gli occhi e non vedere. E non pensare.

Andrà tutto bene. Finirà presto.

Avrei voluto fermarlo, trovare la forza e il coraggio.

Chiudevo gli occhi e mi mordevo le labbra.

Decisi di togliermi la vita.

Andai a casa, presi la lametta dal cassetto di mio padre

e provai a tagliarmi le vene.

Vidi un po’ di sangue.

Mi bloccai.

Mi guardai allo specchio.

Piansi.

Volevo morire. Non ne ero capace.

Uscii di casa.

Potevo buttarmi sotto una macchina. Nessuno avrebbe

saputo che si trattava di suicidio.

Niente.

Mi mancava il coraggio. Mi sentivo distrutto.

Mi chiusi in me stesso.

I miei compagni al primo anno di liceo parlavano di ses37

so e guardavano riviste porno. Io mi rifiutavo. Dicevo che

non mi interessava.

Mi isolavo sempre di più.

Con don Marco separavo il corpo dalla mente: era il

prezzo da pagare per non perdere il mio secondo padre.

Per non dovermi di nuovo sentire abbandonato e non

amato.

Don Marco mi diceva di continuo che mi amava.

Me lo sussurrava all’orecchio. Mentre io cercavo in tutti

i modi di evitare il cattivo odore del suo alito.

Se gli dicevo che mi ero masturbato a casa lui diventava

distaccato e mi rimproverava. Diceva che se lo amavo come

mi amava lui non dovevo toccarmi da solo. Perché era

una mancanza di rispetto verso la persona amata.

Avevo quindici anni.

Le sue parole rimanevano nella mia mente. Rimbalzavano

da una parete all’altra.

Sentivo il rimbombo.

Ricordo il giorno in cui per la prima volta feci a lui quello

che aveva fatto a me.

Mi sentivo una puttana.

Ero una puttana.

Un oggetto da usare. Di cui non avere alcun rispetto.

Un corpo caldo. Capace di dare piacere.

Decisi di essere puttana. E come una puttana dovevo

essere capace di dare piacere.

Dovevo essere più attivo.

Mi sentivo diverso da tutti.

Non avevo più voglia di morire. Non avevo più voglia

di vivere.

Ero una nullità.

Avevo provato diverse volte a interrompere il rapporto

con lui. Ma quando cercavo di smettere, don Marco diventava

di ghiaccio, mi escludeva dal gruppo degli eletti,

non mi concedeva più né affetto né abbracci. Diventavo

invisibile.

Ero drogato. Ero in astinenza. Avevo bisogno di attenzione

e di amore paterno.

Tornavo da lui.

Chiudevo gli occhi.

Mi resi conto che non ero l’unico a chiudere gli occhi

con lui.

Una volta eravamo nella casa parrocchiale di montagna.

Don Marco era nella stanza accanto alla nostra con una

ragazza. Sullo stesso letto. Potevo sentire rumori e gemiti.

Cercavo di non pensare e di prendere sonno, ma non ci

riuscivo.

Da quel giorno la ragazza divenne una presenza costante

nel gruppo. Spesso uscivamo a tre: io, lei e don Marco.

Una volta andammo al mare e rimasi colpito dall’intimità

e dalla confidenza che si era instaurata tra loro. Si abbracciavano

in acqua. In macchina lui le accarezzava le gambe.

La sua presenza mi dava un po’ di respiro. Grazie a lei,

don Marco mi cercava con meno frequenza.

Mi innamorai di una ragazza che frequentava la parrocchia.

Il primo bacio con una donna. Un bacio dolce. Essenza

di fragole sulle labbra. La pelle liscia.

Dissi a don Marco che non volevo più avere contatti con

lui. Che mi ero innamorato. Lui si innervosì.

Si sentiva tradito, dopo tutto quello che aveva fatto per

me. Mi amava. Io lo avevo ferito.

Avevo quindici anni.

Avevo solo quindici anni.

Don Marco si vendicò. Trovò il modo di cacciare la mia

ragazza dal gruppo di animazione della parrocchia. Pur di

allontanarla da me, disse che non era adatta a lavorare con

i giovani.

Io non mollai. Continuai a frequentarla.

 

Mi sentivo più forte. Col passare del tempo, tra me e lui

cessò ogni comunicazione.

Continuai la mia attività di volontariato, ma lui era invisibile

per me e io per lui. Poco tempo dopo lasciai la parrocchia

e iniziai a frequentare un altro gruppo giovanile,

dai salesiani, dove mi sentivo libero di respirare e lontano

da ogni pericolo.

A diciannove anni trovai il coraggio di andare in terapia

da uno psicologo. Avevo bisogno di capire me stesso e di

affrontare il peso del dolore e della vergogna che portavo

dentro.

Capii che non avevo alcuna colpa. Non ero io il quarantenne,

l’uomo maturo che si era approfittato dell’ingenuità

di un adolescente.

Dopo due anni di terapia andai da don Marco. Gli dissi

che lo perdonavo per tutto quello che mi aveva fatto.

Lui rispose che non aveva fatto nulla di male. Nulla che

entrambi non volessimo. E in ogni caso non sapeva a cosa

mi riferissi.

Quelle parole mi sono costate dieci anni di terapia.

Oggi sono qui, davanti a te, con la mia memoria e le mie

sofferenze.

Spero solo che qualcuno si fermi ad ascoltare, come stai

facendo tu adesso.

Nessuno potrà ridarmi ciò che mi è stato tolto. La mia

giovinezza, la mia ingenuità.

Ma sento che è arrivato il tempo.

Il tempo della giustizia.»

 

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2 risposte a Io, vittima di un prete pedofilo

  1. luca scrive:

    tutti violentati… dopo.

  2. Carmen scrive:

    SENZA PAROLE. E UNO SCHIFO. TUTTI QUESTI BAMBINI… QUANTE NE DEVONO SUBIRE PER AVERE UNPO DI AFFETTO QUALCUNO CHE GLI ASCOLTA. LA CHIESA??????. Ripeto e uno schifo ne so qualcosa anche io. Troppe ne ho viste. Ma nn finirà mai questa cosa e a pagarne sono sempre bambini , persone deboli e fragili.

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