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9 ore fa

Carmelo Abbate

Lui è Kent. Ha 54 anni. Vive in Texas, negli Stati Uniti. Lui è un uomo felice. Ama sua moglie Patricia. Ama i suoi figli. Loro sono Kevin, il figlio minore e Burt. Lui ha 24 anni. Sta per laurearsi. È il 10 dicembre del 2003. Burt vuole festeggiare. Invita la famiglia al ristorante. Kent è pieno di orgoglio. Ha comprato un regalo per il figlio. Un orologio di valore per premiarlo dei suoi sforzi. La madre glielo consegna durante la cena. Finito di mangiare tornano a casa. Kevin e Patricia entrano per primi. Kent è fuori. Sente dei rumori. Corre dentro. Vede sua moglie e suo figlio a terra. Vede un uomo. Ha una maschera da sci. Una pistola in mano. Sente dolore al braccio. Perde sangue. Si accascia. Pensa a Burt. Lui è ancora in auto. Burt entra. Vede. Prova a fermare l’uomo. Viene colpito di striscio da uno sparo. L’uomo scappa. Arriva la polizia. Iniziano le indagini. Kevin e Patricia sono morti. Kent è ferito gravemente. Burt è l’unico che può parlare. Lo interrogano. Lui descrive tutto. Dice che un uomo di colore ha cercato di ucciderli. Dice che probabilmente era un ladro. Le indagini vanno avanti. La polizia scopre che in casa non manca nulla. Scopre che Burt ha mentito. Lui non stava per laurearsi. Lui ha abbandonato l’Università anni prima. Non voleva che la famiglia lo scoprisse. Ha assoldato un sicario per eliminarli e incassare i premi delle polizze. Burt non aveva previsto che suo padre sopravvivesse. Scappa in Messico. Ci resta un anno. Viene scoperto ed estradato in Texas. Inizia il processo. Thomas Burt Whitaker viene accusato di omicidio. È giudicato colpevole. Viene condannato a morte. È l’8 marzo del 2007. Kent è un uomo distrutto. La sua vita non esiste più. Gli resta solo quel figlio assassino. Va a trovarlo in carcere. Gli parla. Vuole capire. Burt dice non voleva deludere i genitori. Kent chiede udienza al giudice. Si inginocchia. Lo implora di risparmiare il figlio. Il giudice rifiuta. Kent non si ferma, fa di tutto per salvarlo. Ce la fa. È il 23 febbraio del 2018. 40 minuti prima che l’esecuzione venga compiuta, il governatore gli concede la grazia.
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#carmeloabbate #storienere #penadimorte
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22 ore fa

Carmelo Abbate

Lui è Gianfranco. Ha 16 anni, vive a Terrazzo, in provincia di Verona. I suoi genitori hanno una tenuta agricola. Lui è un ragazzo educato, di buona famiglia. Non dà problemi. È il 1976. Ha un incidente in moto. Sbatte la testa. Entra in coma. Quando riapre gli occhi è un’altra persona. Ha una cicatrice dall’orecchio alla fronte. Lascia la scuola. Resta a casa accudito dalla madre. Lei è Noemi. Lei adora suo figlio. Gianfranco passa molto tempo nella sua stanza. Nessuno può entrare. È il 16 aprile del 1994. Ha 24 anni. Incontra una prostituta. Lei è Gabrielle. Ha 30 anni. Le chiede di posare nuda per lui. La pagherà. Lei accetta. La costringe a rapporti sessuali estremi. Lei gli dice che se la lascia andare gli darà tutti i suoi risparmi. Lui acconsente. Si mettono in macchina. Arrivati al casello lei scappa. C’è la polizia. Chiede aiuto. Racconta cosa le è successo. La polizia interroga Gianfranco. Perquisisce la villa. Trova coltelli, corde, lingerie femminile, riviste porno. Spunta un archivio con fotografie erotiche. Gianfranco dice che sono giochi, niente di più. Vengono trovati i documenti di due donne. Biljana Pavlovic e Claudia Pulejo. Entrambe scomparse. Non si riesce ad accusarlo. È il 1995. Un contadino trova il corpo di una donna vicino a casa di Gianfranco. È Biljana. Scattano le indagini. Si trova il corpo di Claudia. Si scava. Le vittime salgono a sei. Gianfranco dice che si è trattato di morti accidentali. Giochi erotici sfuggiti di mano. È il 5 novembre del 1996. Viene accusato di omicidio e violenza sessuale. Sottoposto a perizia psichiatrica è dichiarato incapace di intendere e di volere. Gli danno 10 anni per occultamento di cadavere. È il 2001. La sentenza viene rivista. Gianfranco è colpevole. Ergastolo. Siamo a luglio del 2019. Lui chiede al giudice un permesso speciale per uscire. L’equipe del carcere lo definisce un detenuto modello. Resta però il disturbo parafilico. Si eccita quando sottomette una donna. È pericoloso. Lui afferma che è disposto ad una nuova perizia. Dice che è cambiato, vuole sposarsi. Il suo legale ribadisce che Gianfranco Stevanin non è più il Mostro di Terrazzo.
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#carmeloabbate #storienere #mostroditerrazzo
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1 giorno fa

Carmelo Abbate

Lei è Kalli. Lei è la mamma. È l’estate del 2011. Kalli accetta l’invito dell’ex marito, Mohamed, che è al capezzale della madre morente, in Egitto. I due sono separati da 6 anni. Lei è rimasta negli Stati Uniti. Lui soffre la mancanza del loro figlio Niko, che ha 11 anni. Kalli chiede alla sorella di partire con lei e il figlio per l’Egitto. Arrivano al Cairo. Mohamed passa a prenderli per accompagnarli dalla madre. Salgono in macchina. È un paesaggio sconosciuto. L’auto inizia a sussultare, procede a singhiozzi. Si ferma. Mohamed scende. Anche Kalli scende. Mohamed chiede aiuto all'ex cognata. Lei mette un piede fuori dall’auto. Lui salta dentro e parte a tutta velocità. Kalli la rincorre. Niko sbatte i pugni contro il vetro. Urla il nome della mamma. Piange. Le due donne sono in una strada deserta. Cercano aiuto. Parlano con le autorità. Nessuno le ascolta. Rimangono una settimana in Egitto. Tornano negli Stati Uniti. Provano la via diplomatica. Kalli Atteya sbatte contro la burocrazia, le regole ostili. Si dispera. Pensa al figlio. Ingaggia una agenzia investigativa. Fa avanti e indietro con l’Egitto. Lo cerca. Non lo trova. Fa le valigie. Si trasferisce in Egitto. È passato più di anno. Non ha più soldi. Non ha nulla da perdere. Indossa un niqab. Si affida a una guida locale. Riescono a localizzare Niko. Kalli torna a respirare. Lo vede. Lo segue a distanza per mesi. Da lontano. Nascosta sotto un velo. Non osa avvicinarsi, ha paura di fare la mossa sbagliata e di vanificare tutto. Violenta il suo istinto di mamma che vorrebbe correre dal figlio e abbracciarlo, stringerlo al petto. È una mattina di marzo. Sono passati quasi due anni. Niko è appena sceso dal bus che lo porta a scuola. I maestri e la sicurezza sorvegliano il cortile. Kalli si avvicina al figlio. Le batte forte il cuore. Lo guarda. Lui fissa i suoi occhi. Lei sente, sa che l’ha riconosciuta. Gli sussurra sono la mamma, seguimi. Kalli cammina. Lui le va dietro. Si rifugiano in un posto sicuro. Lei lo veste da femmina. Due settimane dopo sono su un volo per gli Stati Uniti.
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#carmeloabbate #storienere #rapimento
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2 giorni fa

Carmelo Abbate

Anche Roberto finalmente va a letto. Le figlie sono ancore sveglie. Si stende. Spengono la luce. Chiacchierano un po’. Scherzano. Una alla volta svaniscono le voci delle ragazze. Infine, chiude gli occhi e si addormenta. Qualcuno lo ha tirato per la testa. Si sveglia di soprassalto. Non c’è nessuno. Sono le quattro. Le bambine dormono. Lui ha il cuore in gola. Si sente strano. Laura si è svegliata. Lo guarda. Gli chiede che succede. Lui le dice di continuare a dormire. Ha sete. Va a bere un po’ d’acqua. La piccola rimette la testa giù sul cuscino. Roberto si alza. Emanuele è ancora sveglio. Ha in mano il telefonino. Il figlio chiede che succede. Lui dice che gliene hanno combinata un’altra. Domani gli spiegherà tutto, adesso è meglio che vada a dormire. Va in cucina. Si accende una sigaretta. Pensa alla moglie. Non torneranno mai insieme. È finita. Lei lo sta solo prendendo in giro. Continua a rimandare il ritorno a casa. Se avesse davvero voluto riconciliarsi, lo avrebbe già fatto. Ha un altro. Sta facendo scena. Lei ha un altro. È chiaro. Non tornerà più. È tutto finito. Non c’è speranza. Non c’è futuro. È tutto finito. Il coltello. Dove sono i coltelli. Eccoli. La moglie li teneva nascosti dietro le pentole. Per paura che finissero nelle mani dei bambini. Ora ce l’ha lui in mano. Anche lui è un bambino. Piccolo. Solo. Indifeso. Impaurito. Basta. Non ce la fa più. Il buio che ha dentro non è più sopportabile. Un colpo secco, ed è finita. Uno solo. Deciso. Il difficile è far partire il primo. Gli altri verranno da soli. Uscirà il sangue. Sarà tutto finito. Per sempre. Roberto preme la lama contro la sua pancia. Non ce la fa. Ci vuole qualcosa per abbassare le difese. Lo Xanax. Ecco. Quella roba lì va benissimo. Prende la boccettina. Se la ficca in bocca. Ciuccia. Manda giù. La svuota. Respira. Ce la può fare. Trattiene il fiato. Alza il braccio. Lo abbassa. Sente uno strano formicolio alla testa. Si siede sul divano. Dorme. O forse sogna. Non capisce. Marika si sveglia. Laura. Sua sorella. Laura. Sta urlando.

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#carmeloabbate #storienere #robertorusso
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2 giorni fa

Carmelo Abbate

Luiè Bernd. Lui è il padre. È il 2016. Bernd è in vacanza in Croazia. Squilla il telefono. È la sua ex moglie. Chiama dalla Germania. Mike non è sceso dall’aereo. Il suo posto è rimato vuoto. Non è mai partito da Malta, dove si trovava in vacanza. Mike è il loro figlio. Ha quasi 18 anni. Bernd prova a chiamarlo. Il cellulare è spento. Ripete il numero migliaia di volte. Nulla. Bernd si precipita a Malta. È il 23 luglio del 2016. L’uomo bussa alla porta della polizia. Mike è uscito dall’albergo il 18 luglio alle 9,55 in sella a una bici blu, con lo zaino in spalla. Vengono fatte ricerche sull’isola, ma anche su tutti i voli partiti da Malta. Passano 3 giorni. Viene ritrovato il corpo. È sulle scogliere. Bernd corre sul posto. Si fa largo tra gli agenti. Lo riconosce. È lui. È suo figlio. Dicono che ha due fratture importanti sulla schiena. Bernd passa due giorni tra polizia, uffici legali e camera mortuaria. Legge tutti i documenti. Qualcosa non torna. Il corpo non presenta alcuna frattura. Zaino, scarpe e macchina fotografica sono spariti. Bernd chiede di riavere la GoPro che Mike usava per filmare le sue escursioni. Gli consegnano una vecchia macchina fotografica con un microchip rovinato. È il 17 agosto. Il corpo viene riportato in Germania. L’agenzia funebre non ha fatto quello che doveva, il cadavere è in decomposizione. Non si può rifare l’autopsia. C’è un altro problema. Troppo leggero. Sono spariti tutti gli organi interni. Da Malta fanno sapere che il corpo è rimasto diversi giorni sulle scogliere, potrebbe essere stato attaccato dai roditori. La polizia scientifica tedesca smonta queste versioni. Bernd è in un vicolo cieco. Fa avanti e indietro da Malta. Scrive al presidente, al primo ministro, fa di tutto. Intanto non dorme, non esce di casa. È il 2018. Il governo tedesco sembra aver trovato una pista per riaprire il caso. Ci sono incongruenze, buchi nelle ricerche, contraddizioni. Ma la svolta non arriva. Bernd Mansholt ci rimane male. Mette in affitto la casa. Vende l’attività. Compra una barca. Fa un viaggio nell'Adriatico. Getta le ceneri di Mike in mare.
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#carmeloabbate #storienere #mikemansholt
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3 giorni fa

Carmelo Abbate

Lei è Bianca Devins. Ha 17 anni. È di Utica, stato di New York. Lei è una influencer, molto seguita su Youtube e Instagram. Lui le scrive dei messaggi. Si conoscono. Iniziano un rapporto virtuale, che dopo poco diventa reale. È il maggio di quest’anno. Lui è Brandon Clark. Ha 21 anni. I due escono insieme, frequentano le rispettive famiglie. È sabato sera. Bianca e Brandon passano la serata a New York. Vanno a un concerto. Sulla via di ritorno verso Utica, sarebbe scoppiata una lite. Da qui in avanti, quello che si racconta è quanto trapela dalle fonti di polizia americane. La lite tra i due fidanzati degenera. Brandon ammazza Bianca. Le taglia la gola. Pubblica la foto della ragazza morta su Instagram. Sotto scrive un messaggio. Mi dispiace Bianca. Poi posta la stessa immagine sull’app di messaggistica Discord. Diversi utenti rimangono sbigottiti e increduli davanti all’immagine. Chiamano la polizia. Nel frattempo Brandon pubblica una story, un breve filmato, sempre su Instagram. Titolo. Qui si arriva all’inferno. Lui è dentro la sua auto. Parla. È la redenzione giusto? La polizia pensa che abbia intenzione di suicidarsi. Passa pochissimo. Arriva una telefonata al 911, il numero delle emergenze. È lui. Brandon. Dice di aver ucciso Bianca, e di aver deciso di farla finita. La polizia segue il segnale del suo telefono. Lo trovano in un bosco. Si è appena tagliato la gola con un coltello. Gli agenti riescono a bloccare l’emorragia. Lo portano in ospedale. Il corpo di Bianca è a pochi metri di distanza. Lei è la sorella, Liv Devins. Lei ha dovuto effettuare il riconoscimento del corpo. Poi ha pubblicato un post. Ha scritto che odia dover scrivere, odia sapere che Bianca non tornerà più a casa, come era solita fare. Bianca era la migliore sorella che avesse potuto desiderare. Liv la ringrazia. Grazie per esserci stata sempre.
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#carmeloabbate #storienere #biancadevins #influencer
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3 giorni fa

Carmelo Abbate

Lei è Giorgia. Ha 22 anni, vive a Musile di Piave in provincia di Venezia. Lei è una ragazza allegra, espansiva. Le piace scherzare. È una che lavora sodo. In settimana è impiegata in una ditta della zona industriale di Noventa. Durante il weekend aiuta i genitori. Loro gestiscono da quindici anni il Burgio, un ristorante molto conosciuto nella zona. Lei ha quattro amici. Amici stretti, veri. Di quelli che si fa fatica a trovare. È in macchina con loro, sulla strada di Jesolo. Stanno tornando a casa. L’auto perde il controllo. Sbanda. Finisce nel canale Cà Nani. In due metri d’acqua. Passano alcuni ragazzi. Vedono la scena. Si precipitano in soccorso. Trovano Giorgia. Lei è riuscita a tirarsi fuori dalle lamiere. La portano a riva. È ferita, in stato confusionale. Dice che qualcuno ha urtato la loro macchina. Che qualcuno li ha mandati fuori strada. Viene portata in ospedale. Arriva la polizia. Estrae gli amici. I corpi, perché loro quattro non ci sono più. Giovanni Mattiuzzo, Eleonora Frasson, Leonardo Girardi e Riccardo Laugeni sono morti sul colpo. Hanno 22 anni. Sono i migliori amici di Giorgia. Si conoscono fin da ragazzini. Stanno sempre insieme. Ora non potranno più farlo. Ma lei non lo sa. Lei è in ospedale. La curano, non è grave. Ma è sotto shock. Chiede di Eleonora. Vuole sapere come sta la sua migliore amica. La famiglia è stretta attorno a lei. Non fa avvicinare nessuno. Si domanda come potrà raccontarle la verità. La polizia ferma un uomo. Lui ha 26 anni. La sua macchina ha segni compatibili con l’urto. Potrebbe essere il colpevole. Lui confessa. Viene accusato di omicidio stradale plurimo ed omissione di soccorso. Il padre di Giorgia, Paolo, dice che è fortunato, sua figlia, Giorgia Diral, è viva. Ma è come se avesse perso quattro figli.
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#carmeloabbate #storienere #incidentistradali
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4 giorni fa

Carmelo Abbate

Lui è un Mirco qualsiasi. Lui è Mirko Oro. Lui è splendido splendente. Come il giallo dei suoi negozi che impazzano tra Monza, Milano, Varese e Como. Sono i compro oro. E lui si autoproclama re. Il re dell’oro. Mirko Oro. Mirco non è uno qualsiasi. Lui ha un fisico da culturista, tatuaggi tribali sulla testa, in fronte. Lui non parla per dire stronzate come tutti i comuni mortali. Lui osa. Va oltre. Fuori dalle righe. Sposa la figlia del suo socio. Dalla relazione nasce una bambina. Nel luglio del 2014 Mirko Oro viene arrestato per maltrattamenti in famiglia. Lui la picchia. Lei racconta che ha staccato la testa al gatto. Il padre della moglie, suo socio in affari, non gradisce il trattamento riservato alla figlia. Gli incendia un hammer. Ci vuole altro per fermare Mirko Oro. Lui non ha paura nemmeno del papa. Lui dice di essere un dio, il resto conta zero. Stampa manifesti, usa dei camion-vela e diffonde i suoi messaggi. Invoca pena di morte e cappi al collo. Offre una ricompensa di 50 mila euro a chi trova l’assassino di una gioielliera di Saronno. Pure a chi acchiappa l’aguzzino di Yara Gambirasio. Nel 2015 viene coinvolto in una inchiesta per associazione a delinquere finalizzata alla ricettazione, al riciclaggio, false fatturazioni e reati fiscali. Si fa tre anni di galera. Lui si proclama innocente, parla di processo mediatico. Cade l’accusa di associazione a delinquere. Torna in libertà, si atteggia a rock star, compone un pezzo rap sincopato, mirco oro mirco oro. Pubblica un video al volante di una Ferrari in cui dà del povero al questore. Si presenta a Legnano alla guida di una Limousine con una bestemmia scritta su una portiera. Siamo a questa mattina. Mirko Oro è in casa a Rescaldina. Arriva l’ufficiale giudiziario per lo sfratto. Lui non apre. Si barrica. Spacca tutto a calci. Arrivano i carabinieri e vigili del fuoco. Entrano dalla finestra. Lui scappa.
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#carmeloabbate #storienere #comprooro
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4 giorni fa

Carmelo Abbate

Lei è Deborah. Nasce il 13 dicembre del 1979. Lui è Domenico. Fa il meccanico, quando lavora. Lui appare nella sua vita in sella a una moto. Ha gli occhiali da sole. Scuri. Lei lo trova bello. Se ne innamora. Vanno a vivere insieme. Si sposano. Lei rincasa in ritardo. Lo chiama al telefono. Gli dice pronto amore ci sei. Lui non risponde. Tuona. Appena arrivi a casa facciamo i conti. Passano i mesi. Lui la insulta. Lei e la sua famiglia. Le urla in faccia. Le dice che è una fallita. Sono tutti dei falliti. Lei ha una sorella. È depressa. Si toglie la vita. Deborah accusa il colpo. Lui le manda un messaggio. Le scrive che va via, non vuole avere più niente a che fare con una povera puttana. Lei torna a casa. Non trova traccia del suo passaggio. Lui riappare dopo quattro giorni. Ride. Dice che era uno scherzo. Lui stava solo scherzando. E lei ci è cascata. Lui ride. Lei è inquieta. Ha paura. Ha i nervi a pezzi. Apre un occhio al mattino, prega che lui si svegli di buon umore. Lei si consuma dentro. Finge di vivere una situazione tranquilla. Si avvilisce al pensiero che deve tornare a casa. Siamo nel 2013. More il padre di Deborah. Domenico diventa aggressivo, violento. Lei lo lascia. Si separa. Lui la perseguita, la minaccia. Lei lo denuncia. Lui le incendia il locale dove lavora, e poi l’abitazione dove lei è andata a vivere con la mamma. Domenico viene arrestato. Nonostante i precedenti penali, lo stalking, gli incendi, patteggia con il pubblico ministero una condanna a 3 anni. Non si fa apprezzare nemmeno in carcere. Lo trasferiscono di continuo. Cambia 3 istituti di pena. Continua a minacciarla, pure da dietro le sbarre. Lui esce. Lei ha paura. Fa dei corsi di autodifesa. Prende un porto d’armi. Va al poligono. Diventa istruttrice. Agli amici dice che è tutto inutile, lui la ucciderà, è solo questione di tempo. È sabato sera. Siamo a Savona. Lei sta animando una serata di karaoke. Lui entra. Ti ricordi di me? Spara. La ammazza. Domenico Massari si è costituito nella notte. È arrivato davanti al carcere di Sanremo, ha esploso 3 colpi di pistola e si è consegnato.
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#carmeloabbate #storienere #violenzasulledonne #giustizia
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5 giorni fa

Carmelo Abbate

Lui è ricercato dalle forze dell’ordine di tutta Italia. Guardatelo bene in faccia. Se vi dovesse capitare di incontrarlo, chiamate subito la polizia o i carabinieri. Lui è Domenico Massari. Ha 54 anni. Nel 2015 avrebbe incendiato la casa dell’ex moglie. Poi avrebbe dato fuoco anche al locale gestito dalla donna, un night club, ad Altare, in provincia di Savona. Lei lo ha anche denunciato per stalking e molestie. Lui è stato arrestato, ha patteggiato 3 anni di carcere, ne ha fatti 2, poi gli è stato imposto solo un divieto di avvicinamento. Dal momento in cui è uscito dal carcere, Domenico Massari risulta ufficialmente senza fissa dimora. Lei è Deborah Ballesio. Ha 40 anni. Siamo a Savona, all’interno dei Bagni Acquario di via Nizza. Sono le dieci e mezza di ieri sera. Lei sta animando una serata di karaoke. Ha il microfono in mano. Canta. È serena. Sorridente. Ci sono un centinaio di persone. Lui piomba dentro il locale. Ha una pistola a tamburo. La punta. Pronuncia poche parole. Ti ricordi di me? Spara. A bruciapelo. Sei colpi. La colpisce al torace. Deborah stramazza a terra. Provano a rianimarla. Vanno avanti per un’ora. Non ce la fa. Muore. Altre due donne e una bambina di 3 anni rimangono ferite. Una viene colpita a una gamba. La seconda da alcune schegge. La bambina di striscio. Domenico Massari gira i tacchi e scappa, mischiandosi tra la folla in fuga dal locale. Le ricerche sono state estese in tutta Italia. L’uomo è armato e pericoloso. .
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#carmeloabbate #storienere #ricercato #wanted #violenzasulledonne
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