Io, mio padre, Manchester e l’Italia: Roberto Mancini

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Poi, un bel giorno, ti chiama il direttore del giornale e ti chiede di intervistare Roberto Mancini: come se fosse facile trovarsi a tu per tu con la tua vera grande passione sportiva. Senza poter scrivere che Roberto Mancini, nato a Jesi il 27 novembre 1964, da papà Aldo falegname e mamma Marianna infermiera (tutto a memoria), è il più grande calciatore di sempre e il più grande allenatore vivente. No, non puoi scriverlo, non puoi tirar fuori il tifoso che è in te. Il dovere (come il brutto carattere del tuo direttore) ti impone di essere professionale. Di mettere in evidenza il momento non esaltante che il tuo eroe sta vivendo, con l’eliminazione dalla Champions e il distacco dallo United in campionato. Intanto voli a Manchester, lo incontri, aspetti che ti passi l’emozione, gli racconti la tua vita tapina che scorre parallela alla sua epopea calcistica, e solo allora gli concedi di parlare.

Che cosa le sta insegnando, come uomo, questa esperienza in Gran Bretagna?
Il rispetto delle regole. La coda, la cintura di sicurezza: qui c’è maggiore edu- cazione civica. Devo solo imparare ad arrabbiarmi di meno quando perdo.

Quanto ci mettono qui a smaltire una sconfitta?
Cinque minuti. Vivono la partita con uno spirito diverso. Si divertono, tifano per la loro squadra senza ricoprire di insulti gli avversari. In Italia le polemiche durano tutta la settimana.

Quanto le manca per diventare british?
La mia delusione dura ventiquattr’ore almeno.

Perché i tifosi del City la amano tanto? Ogni par- tita si sentono cori sulle note di «Volare».
Abbiamo vinto. Non succedeva da oltre 40 anni.

Solo una questione di risultati?
Credo apprezzino il lavoro fatto, che viene valutato a prescindere dal singolo risultato.

Il calore dei tifosi è diverso?
In Italia è più viscerale, quasi morboso. Qui ti ferma- no e ti chiedono se possono fare una foto. Sempre con grande gentilezza e rispetto.

Lei invece cosa ha portato agli inglesi?
La competenza. Non credo ci siano in giro allenatori preparati come gli italiani.

Può spiegare meglio?
Per loro l’allenamento si fa al mattino: un’ora e mezzo, danno il massimo, poi liberi tutti. Sono meno abituati al lavoro tattico sul campo, ai movimenti di squadra. Io ho cercato di cam- biare mentalità, i primi sei mesi non sono stati facili.

In questi casi come si fa rispettare?
Hanno grande rispetto per il manager. Il club per primo, e questo è il punto fondamentale.

In Italia non sempre succede.
Esatto. Qui il club ti ritiene il leader e ti lascia libero di lavorare per poi valutare i risultati. La legittimazione del tuo ruolo contribuisce a farti acquisire il rispetto dei giocatori.

Su qualcosa si è dovuto adattare?
Se li fai allenare ogni giorno per tutta la settimana, rischi che ti arrivino scarichi alla partita. Così a volte, a malincuore, gli lascio libero il giovedì.

Lei si è portato dietro anche un cuoco italiano.
Possiamo parlare di tutto, ma la nostra cucina non si discute.

Prima del suo arrivo che cosa mangiavano?
A volte la tavola sembrava quella di un pranzo di matrimonio. Ora chiedono anche la pasta. E il nostro cuoco ha imparato a cucinare piatti inglesi.

Quali valori porta un italiano in Gran Bretagna?
Il nostro spirito, il saper vivere, la genialità, la creatività. L’Italia è un posto unico al mondo, anche se noi a volte ce la mettiamo tutta per distruggerlo.

Faccia il nome di una persona di cui sente molto la mancanza.
Sinisa Mihajlovic. Persona perbene, conosce il calcio, tra noi c’è un rapporto di amicizia vero. Come con gli altri componenti dello staff: tutta gente competente che lavora.

E nella sfera privata?
Gli amici, quelli di Bologna: Bullo, Claudio, Valerio, Doddo e tutti i ra-gazzi del circolo tennis aeroporto. Beppe Costa, di Genova. E i miei genitori: a Manchester fa troppo freddo per loro.

Lei è andato via di casa a 13 anni, è diventato famoso, ha iniziato a guadagnare. Potrà aver commesso degli errori, ma non ha mai deragliato. È merito dei suoi genitori?
Mia madre e mio padre sono due persone perbene. Fin da piccolo mio padre mi ha inculcato il valore dell’onestà. Non solo a parole, ma con l’esempio. Io ho sofferto all’inizio. Loro venivano spesso a Bologna, con grandi sacrifici, perché non erano benestanti.

Suo padre si sentirà fiero di lei…
Ogni volta che facevo gol era l’uomo più felice del mondo. Ed è così ancora oggi: quando vinco, dai suoi occhi sgorga felicità.

L’anno scorso, alla fine dell’ul- tima rocambolesca partita, suo padre venne ad abbracciarla in campo. Che cosa vi siete detti?
Lui era stato operato al cuore poco tempo prima. Era molto emozionato. Gli ho chiesto io come stava perché ero preoccupato.

Una sorta di stress test…
Mio padre ha un passato da emigrato. È partito con la valigia di cartone per la Germania, ha sofferto. Dopo tanti anni, in un’altra nazione, si trova accanto al figlio in un momento di grande successo. Gioia, riscatto, credo sia una cosa meravigliosa per un uomo con la sua storia.

Quel giorno, al momento della premiazione, lei ha sfoggiato una bandiera italiana.
In quei momenti ti senti orgoglioso di essere italiano. In questo periodo abbiamo alcuni problemi, ma siamo gente tosta. E non dobbiamo mai dimenticarlo.

Quale atteggiamento riscontra all’estero verso noi italiani?
Qualcuno ci prende in giro, ma alla base hanno un po’ di invidia nei nostri confronti. Noi italiani abbiamo testa, cuore, elasticità, cultura, genio, passione, forza. Siamo campioni nel cibo, la moda, lo sport. Abbiamo vinto quattro mondiali. Ricordiamocelo questo, anche nel calcio restiamo un punto di riferimento, pur tra mille difficoltà.

In effetti, tendiamo spesso a farci male da soli.
E non dovrebbe essere così. Prenda la Ferrari, anche quando non vince rimane la scuderia più importante, con più storia, con più fascino, con più tifosi al mondo. Noi italiani sappiamo vivere e sappiamo apprezzare la vita: qualità che non tutti hanno. E questo spesso ci procura invidia. Basterebbe avere un po’ più di educazione civica.

Che cosa le arriva della fase che stiamo vivendo in Italia?
Vedo tanta gente che si vede portar via i sacrifici di una vita. È come se ti portassero via la dignità. Ed è uno spettacolo che colpisce direttamente al cuore.

Che cosa cerca di trasmettere ai suoi due figli in un momento difficile come questo?
Raccomando loro di essere onesti, di comportarsi bene, e non avere secondi fini. Di combattere per i loro ideali, per la libertà. E la libertà si raggiunge solo con il lavoro. Mi considero un padre fortunato, i miei figli sono dei bravi ragazzi.

Mi dica il nome di una persona che ha conosciuto in Gran Bretagna e che l’ha conquistata.
Anche a costo di sembrare ruffiano?

Mi scusi, credo le si possa rimproverare di tutto, ma non di essere ruffiano. E glie- lo chiedo correndo il medesimo rischio.
Khaldoon al-Mubarak, il presidente del Manchester City, una persona straordinaria. Non dico sia come Paolo Mantovani, che rimane unico per me. Ma il rapporto con Khaldoon è speciale, lui è speciale. In giro si trovano poche persone come lui.

Che cosa lo rende speciale?
Ha una cultura manageriale diversa e grande intelligenza. Difficile trovare una persona così nel lavoro e soprattutto nel calcio. Rispetta il tuo ruolo, ti fa sentire la fiducia. E quando deve fare delle critiche, anche dure, non prescinde mai dall’educazione. Nel calcio ci sono poche persone come lui. Mi ha conquistato.

Quali sono le qualità che apprezza in una persona?
Sincerità, prima di tutto. Onestà, lealtà, rispetto.

Lei ogni tanto viene dipinto come antipatico.
E spocchioso. Ma chi mi conosce sa che non è così. Nella vita prendi tante fregature e alla fine alzi un po’ di barriere a protezione. E pazienza se passi per quello che non sei.

Ha qualche rimpianto?
Sono una persona felice, ho avuto una vita felice.

Come lo vede il suo futuro?
Il calcio ti insegna a vivere alla giornata.

Lei fa tanto sport anche adesso, bicicletta, partitella con i suoi giocatori. Non ha corso abbastanza nella sua vita?
È un modo per stare in forma, nel corpo e nello spirito. Quando vado in bicicletta, sono solo con me stesso, con i miei pensieri.

Come si tiene aggiornato sui fatti italiani?
Leggo i giornali.

Quali?
Corriere della sera, ce l’ho sull’iPad. E ogni tanto leggo qualche quotidiano sportivo.

E la televisione?
Il Tg1 delle 20 è un appuntamento fisso.

Com’è la stampa sportiva in Gran Bretagna?
È difficile che diano giudizi tecnici. Sono più propensi ad ascoltare un allenatore.

E i tabloid?
L’85 per cento di ciò che scrivono è inventato. Ma basta non andargli dietro. Certo, qui ci sono anche bravi giornalisti, che scrivono cose vere. Ma il grosso serve per vendere.

E i giornalisti sportivi italiani?
Non credo di avere un grande rapporto con alcuni giornalisti italiani. Spesso ti danno dell’antipatico senza conoscerti. Giudizi prevenuti, sembra che abbiano piacere a parlare male di te. E non dovrebbe essere così con un italiano che sta facendo bene all’estero, dove magari viene criticato anche solo per il fatto di essere italiano.

Mi dica il nome di uno che apprezza.
Massimo Marianella di Sky. Competente, conosce il calcio inglese, i giocatori, le squadre. Ha un solo difetto: è tifoso dell’Arsenal.

E dei critici?
Mario Sconcerti è il numero uno. Difficilmente sbaglia. Dice le cose che pensa e non per fare piacere a qualcuno.

Le faccio un nome: Balotelli.
Mario ha tutto per essere uno dei migliori al mondo, ma al momento sfrutta solamente il 50 per cento delle sue potenzialità. E per questo ti fa arrabbiare. Il problema è che poi ti mette in difficoltà.

In che senso?
Nel senso che Mario è un ragazzo educato, simpatico, di cuore, se può aiutare qualcuno in difficoltà non si tira mai indietro. Bravo, bravo, bravo. È difficile non volergli bene.

Che ricordi ha lasciato qui a Manchester?
I suoi compagni di squadra sentono molto la sua mancanza.

Che cosa manca di lui nello spogliatoio del City?
La sua genialità. Lui riusciva a fare tutto ciò che gli altri non riescono neppure a pensare. E finiva per creare armonia. Siamo tutti felici che stia facendo bene al Milan.

Alla fine ce la farà a sfruttare tutte le sue potenzialità?
Spero di sì. È in un club importante dove i giocatori vengono seguiti, li curano. Ha tutto per farcela. Dipende da lui.

 

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4 risposte a Io, mio padre, Manchester e l’Italia: Roberto Mancini

  1. angela scrive:

    Sono stato molto contento di aver trovato questo sito. Voglio dire grazie per il vostro tempo per questa lettura meravigliosa! Io sicuramente mi sto godendo ogni post e ho gia’ salvato il sito tra i segnalibri per non perdermi nulla!

  2. Coppari David scrive:

    Conosco Aldo Mancini persona simpatica ,umile e sincera che dice sempre quello che pensa

  3. daniela dalle fratte scrive:

    ho letto molto volentieri questo articolo che ho trovato per caso..sono felice di riaverlo all’inter!!!!!!!speriamo lo lascino lavorare come sa fare lui…

  4. giampiero scrive:

    Ammiro tutte le tue doti…Domanda:Tuo padre ha un fratello Gemello?

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